Recensione: Saint Of The Lost Souls

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La storia degli House Of Lords è legata a doppio filo al tandem Gregg Giuffria (ex Angel e Giuffria) e James Christian, insieme sin dal debutto omonimo del 1988. I primi tre album del parlamentino californiano vedono la stretta collaborazione dei due assi del pentagramma (rispettivamente keyboards e microfono, per quei pochi che non conoscessero queste due colonne portanti del rock americano); a parere di chi scrive quel trittico rimane tutt'oggi ineguagliato, il miglior momento artistico e creativo della band. E senza dimenticare il fedele apporto anche di Chuck Wright (Quiet Riot, Impellitteri, Giuffria) al basso. Gli House Of Lords sembrano finire lì, poiché fino al 2004 (ovvero a ben dodici anni di distanza da "Demons Down") non ci sono più episodi discografici da ascrivere al palmares del gruppo. Christian però decide invece di riprendere in mano le redini, per la verità non senza Giuffria. Sin dal 2000, alla naturale scadenza del contratto che legava i Lords con Gene Simmons, i nostri avevano ricominciato a lavorare. Nel 2002 sarebbe dovuto uscire il quarto album (quello ovviamente della rinascita), ma solo nel 2004 venne poi effettivamente licenziato da Frontiers, label presso la quale gli House Of Lords sembrano essersi accasati definitivamente. Giuffria, inizialmente della partita, lascia il suo posto al subentrante Derek Sherinan; inizia una seconda vita, anche se questo nuovo battesimo si rivela meno fortunato del precedente. La evidente sterzata stilistica operata in seno alla band lascia perplesso qualche fan della prima ora, anche se, di contraltare, ne arrivano nuovi e più affini alle sonorità moderne praticate dagli House Of Lords del XXI secolo.

Christian diventa il leader maximo della band, che gli si attorciglia attorno ogni volta, innalzandolo a vero valore aggiunto del progetto e costruendogli melodie e trame sonore in grado di elevare a potenza la sua magnifica voce rotonda e vellutata. Anche il povero Christian attraversa le sue paturnie, soprattutto a causa di problemi di salute, tuttavia, anche grazie all'apporto della bellissima e talentuosa moglie (Robin Beck), Christian rimane in sella ai Lords e ad oggi conta ben 7 album all'attivo con la nuova incarnazione del gruppo. "Saint Of The Lost Souls" è l'ultimo episodio in ordine di tempo, 11 tracce piuttosto in linea e coerenti con gli House Of Lords che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi due lustri. Morbide e patinate eco ottantiane si mescolano a una ricerca di riff, ritornelli, sonorità e atmosfere più contemporanee, dal taglio rock pop elegante, arioso (e per la verità a tratti anche un po' annacquato). L'album viene tenuto a galla perlopiù dalla grande maestria tecnica ed esecutiva dei musicisti, dalla Produzione pressoché perfetta e dalla ineccepibile bellezza della timbrica di Christian. Di per sé le varie canzoni non sono stupefacenti; tutte - dove più, dove meno - gradevoli, arrangiate con gusto, formalmente senza intoppi. La scaletta di "Saint Of The Lost Souls" però non graffia quasi mai, non getta ponti verso l'eternità, come invece accaduto alle piccole gemme contenute in album come "Sahara" o "Demons Down".

"S.O.T.L.S." è un lavoro discreto e piacevole da ascoltare, anche se difficilmente sarà l'album che, in modo specifico e mirato, andrete a ripescare quando a distanza di tempo vi verrà il capriccio di trascorrere un pomeriggio con gli House Of Lords. Sarà uno dei tanti dischi medio-buoni della loro discografia (a tratti interscambiabile, se ci riferiamo al periodo 2004 - 2017) senza infamia e senza lode, forte di una professionalità ineccepibile e del carisma enorme di Christian dietro ai microfoni. Sarebbe semplice fare una prova al contrario, ovvero affidare queste composizioni ad un singer meno "ingombrante" di Christian per vedere che a galla non rimarrebbe poi moltissimo. Onore al veterano Christian, onore agli House Of Lords che a partire dai tardi '80 tante pagine di prestigio hanno vergato nella storia del rock, onore al loro cammino che ancora oggi prosegue imperterrito con un disco che non cambia e non aggiunge niente alla loro storia, ma conferma se non altro che l'eleganza è una dote innata.


Marco Tripodi

 
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