Recensione: Saivon Lapsi

inserito da

 

Tornano gli Eternal Tears of Sorrow, band che per un insolito caso del destino il recensore confonde regolarmente con gli Swallow the Sun, sebbene i due gruppi abbiano a che spartire solo la landa di provenienza (quella dei Finni) e il praticare un genere di metal assai estremo, sebbene assai diverso.

Va da se che nell'immergersi in questo Saivon Lapsi il recensore si aspettasse, per i sopracitati motivi, un disco assai più pesante, lento ed opprimente di quello che in effetti la settima fatica degli ETOS risulta essere. 

Saivon Lapsi infatti è un album estremamente leggero per gli ascoltatori di metal estremo, un disco che segue da molto vicino le orme degli ultimi Wintersun (Time I), solo in maniera più terrena e umile. Questa umiltà potrebbe essere facilmente riassunta in quattro punti: niente concept, tastiere diffuse ma tutt'altro che prosopopeiche, una produzione meno debordante e canzoni dal minutaggio decisamente più contenuto (solo due su undici superano i cinque minuti). Sicché, se Time I vi è piaciuto, è probabile che Saivon Lapsi appaia come un'evitabile imitazione; se invece l'ultima fatica dei Wintersun ha prodotto crisi di rigetto e indigestioni sonore troverete molto più di gradimento canzoni come Blood stained tears, Legion of beast e soprattutto The Day, di gran lunga il miglior pezzo del lotto, degno d'un ascolto di stima almeno su youtube. 

Non solo Wintersun comunque tra le molteplici influenze dei finlandesi. Anzi, emerge in certi frangenti, tra tastiere a clavicembalo e cori operistici, l'alone di certi dimenticatissimi Cradle of Filth, tanto che Dark alliance e Beneath the frozen leaves (altro sommo highlight) producono un (apparentemente) inspiegabile quanto compulsivo desiderio di togliere le ragnatele a Dusk & her Embrace, The Principle of Evil made Flesh e naturalmente Cruelty & the Beast.

Altro punto a favore di Vetälainen e soci, al di là di saper costruire brani brevi e quindi facilmente assimilabili, è la capacità di saper variare abbastanza profondamente da una canzone all'altra. In tal senso è indicativa Sound of silence, ballatona con incrocio di voci maschile e femminile rigorosamente pulite che sembra uscire da Storm dei Theater of tragedy. Sound of silence poi è un brano che spezza in due un disco dai continui cambi di ritmo (o progressivi rallentamenti). Secondo questa tattica, assai basilare ma costantemente ignorata da band anche più derivative degli EToS fa sì che l'album non annoi mai, il che non è certo un difetto.

Insomma, Saivon Lapsi conferma in pieno certezze e dubbi che da diversi anni ruotano attorno gli Eternal Tears of Sorrow, ottimo ensamble di mestieranti, band probabilmente sottovalutata (perché i Turisas sì e loro no?) che comunque ha da tempo abbandonato l'idea di dire qualcosa di nuovo, accontentandosi di rielaborare con sufficiente maestria qualcosa di già sentito. Consigliato, ripetiamo, a chi non apprezza l'ultimo Wintersun. Ma anche chi si è goduto Time I potrebbe trovare in Saivon Lapsi momenti di refrigerio.

 
71