Recensione: Scum

Di Nicola Furlan - 23 Giugno 2007 - 0:00
Scum
Band: Napalm Death
Etichetta:
Genere:
Anno: 1987
Nazione:
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100

Certe volte dare ragione ai matti (o geni se preferite) paga.
Per questo motivo molto scaltro fu colui che, a suo tempo, diede fiducia ad una
serie di band che non avevano altro che aggressività a tonnellate da sfogare.
Qualche nome? Fate conto a titolo informativo non esaustivo: Carcass, Deicide,
Terrorizer, Entombed e, non ultimi i Napalm Death

La fortuna di quest’ultimi, come degli altri, fu Digby
Pearson
, giovane di belle speranze che con la sua piccola realtà
discografica cercava qualcosa che avrebbe potuto lasciare il segno, che
annichilisse l’ondata melodica del rock d’oltreoceano e forse anche
l’incontrastato dominio delle bay area band.

Ed un bel giorno il batterista Mick Harris e compagni
gli esposero un promo di inaudita veemenza ovvero di un genere musicale
etichettato come grindcore. Dico una cosa banale? Assolutamente no, per violenza
si intendono idee musicali plasmate a musicalità esplosiva ed irrefrenabile,
riff e concetti con cui la faccia della terra non aveva ancora mai avuto
confronto. 

Scum (uscito inizialmente in versione demo
nell’estate del 1986 e comprendente solo 12 dei 28 brani di tracklist) è un
disco che delinea ancora oggi il primo passo nella direzione dell’estremo,
portando ad alta quota di blast beats l’evoluzione spesso dissonante che il
punk ha avuto nell’hardcore e l’hardcore poi con il suo lato più
estremizzato. Dai testi, ai riff accelerati al fulmicotone, dalla rabbia
lasciata scorrere a fiumi fino all’atteggiamento polemico e politicizzato,
tutto viene centrifugato ad andature incontrollabili.

Distorsioni taglienti, blast-beat velocissimi e senza pause
– niente trigger al tempo! – un cantato growl profondo e dai toni
doom-oriented che farà la fortuna dei Cathedral costituiscono gli
ingredienti principali delle idee musicali qui emancipate. Non ultimo un
avvicinamento ad un pseudo groove di ben poco respiro. 

L’aspetto compositivo adottato non aveva punti di
riferimento – se non come detto nel solo attingere alla scena hardcore – e
perciò è da identificarsi come “sperimentale” ed innovativo. I suoni
grezzi e la produzione minimale ruotano attraverso un riffing scarno, istintivo
e privo di pietà conferendo alle canzoni un’identità dal timbro rugginoso e
malsano, già parecchio lontana dalla più “equilibrata” e ragionata
brutalità espressa, da lì a un anno, con From Enslavement To Obliteration
e, per questo, definita ed unica.  

Come poter leggere questa musica è presto detto. Ogni
corrente musicale ed artistica si articola conseguentemente ad una serie di
fattori, non ultimo il contesto sociale che abbraccia giornalmente la sensibilità
dei musicisti che lo vanno a creare.  

Lo scenario nel quale sono cresciuti questi idealisti è
quello della realtà giornaliera di Birmingham, una delle città maggiormente
industrializzate della Gran Bretagna, con tutti i ritmi frenetici, sistematici e
pennellati di un grigio soffocante. Un ambiente opaco, capace di montare rabbia
verso un sistema che in periferia non regalava altro che macchine capaci di
smontare personalità e rendere gli individui sempre più vicini al concetto di
massa senza identità. Nasce allora, in più di qualcuno, uno spirito ribelle
che, attraverso la musica, trova il suo potere d’affermazione assoluto nella
denuncia fatta arte e musica. 

Questo è il valore del cacofonico disastro sonoro contenuto
in Scum che, attraverso vere perle come Caught in a Dream, Control
o l’onda d’urto concentrata di You Suffer, va a collocarsi come vero
masterpiece di un genere senza pari se rapportato all’anno di pubblicazione.

Non ultimo il full-length si attesta a capolavoro ispiratore
di una miriade di gruppi musicali che hanno attinto – e lo fanno tuttora – a
piene mani dalle seminali e rivoluzionarie idee di questo primitivo songwriting.

Sarebbe inutile spendere parole sui singoli brani. Umilmente
mi sento di poter affermare che il grindcore è nato qui, dentro un garage
annerito dallo smog, in un qualche sobborgo di Birmingham, dove c’era poco o
niente da fare per poter esprimere un’idea. Ma qualcuno ci è riuscito alla
grande.

Nota (Alberto ‘Hellbound’ Fittarelli): in occasione del
ventesimo anniversario della release di questa pietra miliare dell’estremo la
Earache Records ne ha pubblicato una ristampa in dual side, con il lato DVD
contenente un interessante documentario sulla sua realizzazione. Attraverso le
parole del batterista di allora, Mick Harris, di Digby Pearson e di alcuni altri
personaggi collegati all’album in vario modo è possibile immergersi
direttamente nella realtà che contribuì a creare Scum e, con
esso, l’intera scena grindcore.

 

Nicola ‘Nik76’ Furlan 

Tracklist:

01 Multinational Corporations
02 Instinct of Survival
03 The Kill
04 Scum
05 Caught in a Dream
06 Polluted Minds
07 Sacrificed
08 Siege of Power
09 Control
10 Born on Your Knees
11 Human Garbage
12 You Suffer
13 Life?
14 Prison Without Walls
15 Point of No Return
16 Negative Approach
17 Success?
18 Deceiver
19 C.S.
20 Parasites
21 Pseudo Youth
22 Divine Death
23 As the Machine Rolls On
24 Common Enemy
25 Moral Crusade
26 Stigmatized
27 M.A.D.
28 Dragnet 

Line up:

Mick Harris:  Batteria (canzoni 1-28)
Justin Broadrick:  Chitarra (canzoni 1-12), Bill Steer:  Chitarra
(canzoni 13-28)
Nik Bullen:  Basso e Voce (canzoni 1-12), Jim Whitely:  Basso (canzoni
13-28)
Lee Dorrian:  Voce (canzoni 13-28) 

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