Recensione: Season Of The Witch

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Dopo dieci anni di prigionia, trascorsi intrappolata in una torre, la Strega è riuscita a fuggire. Tornata in possesso del proprio calderone magico, si è messa subito all'opera per ottenere la propria personale vendetta. The Witch is alive!

 

Con queste parole gli Stormwitch, nel 2014, a dieci anni esatti dal precedente “Witchcraft”, avevano messo le cose in chiaro e fatto capire a tutti che un nuovo album sarebbe presto arrivato. E così il nuovo “Season Of The Witch” è finalmente tra le nostre mani. Molto si potrebbe dire riguardo il gruppo tedesco. Una band dal glorioso passato che ha raccolto molto meno di quanto avrebbe realmente meritato. Bisognerebbe approfondire quanto fatto nella prima parte della carriera, in particolare i primi sei dischi, e parlare dei loro testi legati a tematiche gotico orrorifiche, del loro look barocco. Del fatto che vennero insigniti del titolo di “masters of black romantic”. Tutto questo, nonostante un discreto successo nell'est Europa, non bastò però a far riscuotere quanto meritato. La band pubblicò “Shogun” nel 1994, un album un po' sotto lo standard cui ci avevano abituato, per poi sciogliersi di lì a poco.

 

La storia sembrava finita, ma si sa che le favole nascondono sempre qualche piccola sorpresa. Così, nella seconda metà degli anni Novanta, dalla Svezia, uscì una band che attirò su di sé i riflettori dell'universo metal, una band che aumentava i propri consensi disco dopo disco, concerto dopo concerto. Una band che, come bonus track del primo full length ed in alcune date live, proponeva una cover degli Stormwitch, la stupenda “Ravenlord”. Questa band svedese si chiamava (e si chiama) Hammerfall.

 

Fu proprio grazie agli Hammerfall che il nome Stormwitch ricominciò a circolare ed a creare curiosità, arrivando quindi alla reunion dei primi anni Duemila. Della storica formazione, a ritornare in pista fu però solo il singer Andy Aldrian (a.k.a. Andy Muck), gli altri componenti della band erano tutti volti nuovi. Vennero pubblicati due dischi che però non riuscirono a riproporre la magia che aveva caratterizzato i lavori del passato. Due dischi che presentavano qualche passaggio a vuoto e che risultavano un po' discontinui. Da lì in poi, salvo qualche data live, i riflettori attorno agli Stormwitch si spensero nuovamente, fino alla tragica notizia della triste morte (ictus) dello storico chitarrista Lee Tarot (a.k.a. Harald Spengler) avvenuta nel 2013. Una notizia che ha evidentemente creato nella mente di Andy Muck il desiderio di omaggiare l'amico scomparso con un nuovo album.

 

Dopo questa lunga ma doverosa introduzione - giusto per capire di chi stiamo parlando - è giunto il momento di addentrarci nel nuovo “Season Of The Witch”. La formazione è nuovamente rivoluzionata e il solo Andy Muck dà continuità a quel nome presente in copertina. Le canzoni che compongono il disco risultano avere un miglior amalgama rispetto a quanto pubblicato nei primi anni duemila. Tutto ruota attorno alle piacevoli melodie tracciate dalle chitarre del duo Ralf Rieth/Volker Schmietow ed alla voce, estremamente personale, del sempiterno Andy Muck. Certo, gli Stormwitch del nuovo millennio non sono quelli degli anni d'oro ma in qualche capitolo, come “At The End Of The World”, “Season Of The Witch” e la più aggressiva opener “Evil Spirit”, lo spirito, la magia degli anni Ottanta sembra riaffiorare in qualche passaggio, facendo figurare queste tre song come gli highlight del disco. Sia chiaro, non sono canzoni che fanno urlare al miracolo, ma si lasciano comunque ascoltare. E questo è il tasto dolente dell'album, il fatto di avere canzoni che sì si lasciano ascoltare, ma che ad ascolto finito lasciano poco di sé. Canzoni che non permettono al disco di decollare a dovere. Così “Runescape”, legata a sonorità Europe periodo “Out Of This World”, risulta carina ma nulla più. Stesso discorso vale per “True Unitl The End” e “Last Warrior”, canzoni che seguono le coordinate degli Stormwitch post reunion. In “Lat Warrior” va segnalato il riuscitissimo ritornello, reso maestoso dall'uso dei samples di Steffen Pflugner, ospite in questa canzone. Anche “Taliesin” non brilla particolarmente e risulta penalizzata da un infelice posizionamento nel disco. Il ruolo di seconda traccia non le si addice, meglio avrebbe figurato se l'avessimo incontrata qualche posizione dopo. Interessante il testo che, come si può facilmente evincere dal titolo, è incentrato sulla figura del misterioso bardo britannico Taliesin. Chiudono il disco “The Trail Of Tears”, in cui le influenze settantiane - Uriah Heep e Deep Purple su tutti - sono facilmente riconoscibili, e la cadenzata “Harper In The Wind”, in cui va segnalato un ottimo lavoro delle sei corde, in particolare nella solistica. Due tracce forse un po' ripetitive nella loro struttura e che non riescono ad entusiasmare a dovere.

 

Cos'altro dire su “Season Of The Witch”? Che la versione limitata in digipak presenta due bonus track: “The Singer's Curse” e la ballad “Different Eyes”. Che è un disco ben suonato in cui spicca la prestazione di Andy Muck. Cantante non tra i più tecnici ma che, grazie ad una voce - perlomeno a detta di chi scrive - dotata di una timbrica bella come poche, è in grado di dare alle canzoni quel qualcosa in più. Purtroppo, come abbondantemente approfondito, “Season Of The Wicth”, pur essendo un lavoro piacevole, fatica a lasciare il segno e risulta ben lontano dai fasti del passato che la band può vantare. Dischi come “Stronger Than Heaven” e “The Beauty And The Beast” sono lavori di livello superiore. La cosa si può facilmente spiegare dicendo che il songwriting di quei dischi era opera del duo composto da Steve Merchant e dal compianto Lee Tarot, e nessuno dei due ha preso parte alla reunion avvenuta nel 2002. Inoltre, altra nota dolente dell'album, il mastering - e la produzione in generale - poteva esser curato in modo migliore e, forse, è proprio questo l'aspetto che incide maggiormente nell'economia e nell'ascolto del disco. “Season Of The Witch” sarà sicuramente un lavoro che i fan della band tedesca non si faranno scappare e che potrà trovare estimatori tra gli amanti dell'heavy metal più melodico ma sinceramente, da loro, da quel nome in copertina, ci aspettavamo sicuramente qualcosa in più.

 

Marco Donè

 

 
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