Recensione: Seasons of the Black

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A poco più di un anno dal precedente album (quattordici mesi, per essere precisi), la corazzata Rage capitanata dal corpacciuto Peavy concede alle stampe il suo ventitreesimo album da studio, “Seasons of the Black”! Il germanico terzetto continua il percorso di ritorno alle origini iniziato con il precedente album, accantonando le composizioni intricate per puntare sull’impatto immediato e sul granitico entusiasmo sprigionato dai suoi membri: brani brevi, carichi e lineari, dal chitarrismo pronunciato e roccioso e dalla sezione ritmica quadrata e compattissima, il tutto condito dal tono arcigno dell’unico e solo mastermind: Peavy Wagner.

A voler essere cattivi si potrebbe obiettare che, alla fin fine, alcune canzoni sono fin troppo semplici e rischiano di risultare banali nella loro estrema e chiassosa linearità, ma la carica propositiva che le tracce trasmettono e le ottime melodie dispensate senza soluzione di continuità lungo tutto l’album sono a mio avviso aspetti più che sufficienti per zittire i pochi elementi sottotono (perché comunque ce ne sono) di questo “Seasons of the Black”. Dall’iniziale quasi title-track fino alla settima traccia “All we Know is Not”, infatti, assistiamo a un continuo susseguirsi dei riff agili e corposi vomitati dalla chitarra di Marcos, perfettamente a suo agio nel ruolo di tessitore di melodie ora gagliarde, ora maligne ed ora battagliere, egregiamente sorretto dalla batteria rissosa e maschia di Vassilios e dal basso turbolento di Peavy, che contribuiscono a creare un unicum compatto e avvincente di metallo germanico senza troppi pensieri. Le uniche pecche sono da rintracciare in un ritornello non perfettamente riuscito o in una melodia poco incisiva qua e là (penso ad esempio al ritornello della comunque ottima opener o alla melodia portante di “Septic Bite” secondo me un po’ altalenante), oltre ad una eccessiva uniformità della proposta che, comunque, si mantiene sempre appetibile grazie a una resa molto coinvolgente di ogni brano. Dettagli, quindi, che potrebbero essere più o meno fastidiosi in base al vostro livello di tolleranza, ma comunque sempre di dettagli si tratta.

Rispolverando una vecchia tradizione dei nostri, infine, le ultime quattro tracce dell’album sono collegate tra loro e costituiscono un mini-concept intitolato “The Tragedy of Man”, in cui si paventa l’estinzione del genere umano in seguito ai danni che lo stesso infligge al pianeta. Al di là del soggetto, ormai trattato in mille occasioni da mille gruppi diversi, si denota qui una personalità più definita da parte dei brani e funzionale al messaggio complessivo, dall’arpeggio bucolico ma troppo zuccheroso dell'intro “Gaia” (che per fortuna dura solo un minuto) passando per il trionfalismo spinto dell’ottima “Justify”, penalizzata solo da una melodia a tratti eccessivamente ruffiana, fino ad arrivare all’aggressione violenta di “Bloodbath in Paradise” (a mio modesto avviso una delle tracce più riuscite dell’album insieme a “Blackened Karma”) e, infine, alla ballatona “Farewell”, che però mi è sembrata troppo carica di quel pathos alla volemosebbene che mi ha fatto storcere il naso proprio in dirittura d’arrivo, rovinandomi un po’ la chiusura del lavoro.

So cosa state per chiedermi: è tutto molto bello, ma alla fine di questa bella tiritera com’è “Seasons of the Black”? Volete la verità? È proprio un bell’album, una sorta di dimostrazione di forza da parte di un gruppo che dopo 23 dischi pubblicati sa ancora come divertirsi e divertire con la musica, dispensando bordate di sano power metal facili e caciarone finché volete, ruffiane quanto volete, ma ancora decisamente coinvolgenti e capacissime di dare parecchi punti di distacco a molte tra le nuove leve del metallo.

Così è, se vi pare.

 
75