Recensione: Severe

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In un’epoca in cui qualunque gruppo sconosciuto di ragazzini ha una pagina facebook e un canale youtube, c’è ancora chi se ne infischia della tecnologia e pubblica un album senza compiere il minimo sforzo per far circolare il proprio nome su internet: questo è il primo aspetto che colpisce degli Infero, giovane band dell’Ohio dedita a un progressive rock di stampo vintage. Tolti pochi dati fondamentali, infatti, è davvero difficile raccogliere qualche notizia sul gruppo, che non ha nessun canale ufficiale e non sembra intenzionato a diffondere informazioni di alcun tipo. Un atteggiamento del genere se non altro prova la voglia suonare per il solo piacere di farlo, ma ormai la Rete è diventata uno strumento indispensabile per chi vuole entrare nel mondo della musica, e non la si può più ignorare.

Severe è il primo album del trio americano, e si ispira alla parte più ostica della musica degli anni ’70, un misto di progressive, psichedelia, free jazz e sperimentazione. Le sonorità sono molto europee, anche italiane per certi versi: si riconosce qualche influenza da parte dei Goblin nell’uso delle percussioni (basta ascoltare il finale di “Live Burial”, la traccia d’apertura); forse è per questo che gli Infero sono riusciti a far distribuire il disco da BloodRock Records, etichetta italiana da sempre attenta ai generi di nicchia.
A guidare i brani è spesso il piano elettrico dal suono ovattato tipico del jazz-rock, seguito a ruota da una chitarra intenta a tessere armonie dissonanti e misteriose, creando quella caratteristica atmosfera surreale che di solito si cerca in questa musica, ma si tratta purtroppo dell’unico punto di forza dell’album. Il problema maggiore consiste, forse, nella confusione generale che regna su quasi tutti i pezzi: i buoni spunti non mancano, ma vengono puntualmente sommersi in un insieme di suoni e rumori che porta l’idea iniziale alla deriva, lasciando il più delle volte l’impressione che la band non sappia bene dove andare a parare. Inoltre l’eccessiva libertà che ogni componente si prende finisce per mettere in evidenza alcuni limiti tecnici che forse sarebbero stati nascosti in un songwriting più preciso e lineare. “Muck Ran”, per esempio, parte bene ma viene subito frenata dal cantato e si perde in poco tempo; discorso simile per “A Touch of Fan”, che potrebbe essere uno dei momenti migliori ma presenta di nuovo il difetto della voce e trascina per troppo tempo la stessa idea. Gli altri pezzi, per fortuna strumentali, non riservano molte sorprese, c’è sempre un’introduzione jazz-rock che ristagna per un po’ e viene sviluppata in pochi minuti, di solito attraverso qualche variazione; “Window To a Door” offre qualche stimolo in più grazie a un buon motivo della chitarra pulita accompagnata dal mellotron, ma si tratta di uno dei brani più brevi dell’album. A peggiorare le cose troviamo una produzione discutibile, che non aiuta a diminuire il senso di disordine, con gli strumenti che emergono e soffocano nel mix a momenti alterni.
Sorvoliamo infine sulla tendenza a fossilizzarsi su una musica di oltre quarant’anni fa senza nemmeno provare a darle un aspetto nuovo, dato che caratterizza tanti altri gruppi prog e meriterebbe un discorso più lungo e approfondito.

È chiaro che il fascino di certi generi risiede proprio nel loro aspetto grezzo, nella natura inquietante degli accordi più stridenti, e in un certo senso di disorientamento che vogliono trasmettere all’ascoltatore, ma qui sta anche la loro difficoltà, qui si vede quando il genere è suonato con cognizione di causa. Quello che Severe comunica è che si sia tentato di registrare subito alcune intuizioni condite con molte dissonanze e improvvisazioni nell’intento di farle passare per un progressive sperimentale, mentre sarebbe forse stato meglio aspettare e lavorare su questi spunti per dare loro forma e sostanza.

 

 
50