Recensione: Shadowmaker

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A cinque anni di distanza dall’uscita del loro precedente lavoro, i quattro finlandesi che hanno fatto della commistione di violoncello e heavy metal più classico il proprio manifesto artistico, rilasciano l’ottavo studio album: Shadowmaker, messo in commercio dalla Eleven Seven in ben quattro diverse versioni (Box Set, 2Vinyl, Limited Edition e Standard CD).


Immergiamoci senza ulteriori indugi nell’ascolto di questo atteso ritorno nella versione Limited Edition.
I-III-V Seed Of Chaos” è una classica intro sinfonica in crescendo dal tono vagamente minaccioso che termina con l’inizio della seconda traccia. “Cold Blood”, hit energica e orecchiabile, prevede una solida sezione ritmica orchestrata dai tre violoncelli, sulla quale la voce di Franky Perez disegna una linea melodica molto commerciale, di sicuro impatto sul grande pubblico. La title-track, “Shadowmaker”, parte in sordina per esplodere presto in un punkeggiante ritornello. I tre archi, che scimmiottano altrettante chitarre elettriche, sviluppano ritmiche cattive e anche un paio di assoli, ovviamente super effettati e distorti nel tentativo di riprodurre il più fedelmente possibile una comune 6-corde. Dietro le pelli, Sirén si comporta molto bene e in generale il sound proposto risulta pieno e corposo quanto basta. La durata complessiva del pezzo, tuttavia, appare un po’ troppo dilatata per quanto effettivamente espresso.
Slow Burn” è un altro pezzo ruffiano che strizza compiacente l’occhio al mondo dello showbiz musicale. Nessun sussulto degno di nota dal punto di vista artistico o musicale, in compenso ancora molta orecchiabilità e semplice melodia, volta a rapire l’orecchio degli ascoltatori più disattenti.
Giunti a questo punto del disco, la speranza è quella di trovare finalmente qualcosa di veramente interessante. Ascoltiamo, dunque, “Reign Of Fear”, primo brano totalmente strumentale, se si esclude l’intro, e bonus track della limited edition. Un altro crescendo porta a un solo melodico, supportato da una ritmica serrata, degna di lode per l’elevato numero di bpm. Subentra un break più cadenzato con ritmiche quasi doom, mentre il drummer esegue sempre professionalmente il suo dispendioso (fisicamente parlando) dovere. Un assolo veloce e distorto riesce per un attimo a ingannare l’udito dell’ascoltatore il quale, magari un po’ sovrappensiero, potrebbe credere veramente che provenga da uno strumento elettrico.
Arriviamo alla sesta incisione, “Hole In My Soul”. Il mood cambia, la distorsione è praticamente assente. Ritroviamo il bel timbro di Perez a cantare una linea dal sapore malinconico. Ancora una volta ci imbattiamo in un refrain di facile assimilazione. Nonostante l’intera traccia si sveli immediatamente senza alcun tipo di climax o colpo di scena, è da apprezzare l’idea di non strafare e non addentrarsi in sonorità un po’ “tirate” in relazione agli strumenti utilizzati, il che rende il tutto moto più credibile.
House Of Chains” ritorna sui punti saldi dell’offerta del quintetto finnico. Impatto sonoro più aggressivo, ritmiche più veloci e heavy, ma anche sezioni cadenzate e pesanti. La voce mostra colori opposti a quelli caldi e lucenti della precedente canzone, dimostrando il buon livello qualitativo del singer in quesitone. Il pezzo evidenzia sonorità molto vicine a quel nu-metal tanto in voga nei vecchi anni ’90. "Riot Lights" è una strumentale da sei minuti con inserti di musica elettronica e ostinati modulati di violoncello, niente di più, niente di meno.

Come Back Down” (seconda bonus track) inizia con un riff che ricorda allo stesso tempo “Master Of Puppets” dei Metallica e l’altro evergreen anni ’80, “Eye Of The Tiger”. La traccia non presenta grandi innovazioni o novità rispetto le precedenti, eccezion fatta per un paio di stacchi e cambi di tempo interessanti ma, soprattutto, per la performance vocale di Perez, il quale si spinge oltre ogni soglia di “cattiveria” raggiunta nell’intero platter, con una lunga sezione in screaming, che denota una notevole versatilità vocale, altra freccia al proprio arco.
Arriviamo a un pezzo dal titolo quantomeno evocativo, “Sea Song (You Waded Out)”. Effettivamente, l’atmosfera creata è abbastanza in linea a un’idea di soave e calma apparente che una riva marina potrebbe farci sorgere, così come gli archi leggeri e la voce ancora una volta interpretativamente azzeccata del buon Franky.
Till Death Do Us Part” è l’ultima canzone del disco. Un’intro che parte dalla soglia del silenzio e aumenta in un blando crescendo. Ancora una volta nessuna distorsione (fortunatamente). Questa sfumatura del sound proposto dai finlandesi è probabilmente la più interessante e a tratti sembra sfociare in un folk di nuova generazione. La malinconica melodia principale riesce a comunicare le dovute emozioni, mentre appaiono un po’ fuori contesto le improvvise scorribande “allegre” dei tre violoncelli. Il cambio di tempo nel finale rende questa suite strumentale un minimo più articolata. Il tutto finisce come ha avuto inizio, tornando ad accarezzare la tanto ambita soglia del silenzio. Si può comunque parlare di un altro pezzo riuscito.
Siamo nel finale. Dead Man’s Eye" sembra scritta apposta per mettere in luce le già lodate doti interpretative del vocalist. Una ballad che assume sapori quasi da musical grazie all’atmosfera che inevitabilmente si viene a creare con strumenti classici usati appropriatamente e abbinati a una dinamica vocale intelligente. Il dilatatissimo finale, in cui sostanzialmente no accade niente, invece, lascia un po’ perplessi.
Ultima bonus track è una versione live di “In The Hall Of The Mountain King”. Sì, avete capito bene, si tratta proprio di una cover live (feat. Avanti Orchestra) di uno dei brani più popolari del compositore norvegese Edvard Grieg. Se siete puristi e amanti di musica d’arte, difficilmente vi andrà giù questa rivisitazione. I più “nerd”, invece, che hanno avuto modo di appassionarsi, nel corso degli ultimi decenni, ai numerosissimi tentativi di mescolare classico e moderno (trend che l’epoca contemporanea ha reso quasi inevitabile), potranno trovare nello stravolgimento del pezzo in questione qualcosa di vagamente esaltante.


Tirando le somme, nonostante i vari alti e bassi compositivi evidenziati, seppur una così lunga attesa avrebbe potuto sottendere una maggior inventiva e creatività artistica, possiamo sostenere che Shadowmaker sia un disco più che discreto, certo, senza troppe pretese, ma comunque scorrevole e di facile ascolto.

 

 
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