Recensione: Shehili

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Tornano, dopo tre anni i Myrath, band sotto diversi aspetti nota e meritoria, ormai sempre più pronta a fare un grande salto di qualità in termini di pubblico. Meritoria abbiamo detto, e per svariati motivi, sia sul piano contenutistico che musicale. In effetti, i tunisini sono una delle poche realtà che di questi tempi riescono a farci assaporare l'universo arabo per la sua dimensione favolistica, quella delle "Mille e una notte" e di "Prince of Persia".

Il merito va tutto nella proposta musicale dei cinque, che ha saputo fondere meravigliosamente le tradizioni musicali del loro mondo e il "nostro" progressive metal prima, per coniugarlo successivamente in una forma più leggera e fruibile a un pubblico più vasto. Ciò è accaduto con il loro terzo album, "Legacy", prova che, almeno a chi scrive, aveva lasciato dell'amaro in bocca. Su questo torneremo poi, poiché "Shehili", l'album di cui oggi, prosegue sulla linea del suo predecessore, nonostante alcune piacevoli miglioramenti.

In effetti, ci troviamo davanti a un disco di composizioni estremamente semplici e dirette, con qualche svariata virtuosa a ricordarci il passato prog. Per contro, troviamo un ulteriore miglioramento per quanto riguarda la raffinatezza delle melodie e la cura dei dettagli.

Il risultato è un disco con molte luci e poche ombre, sempre che si voglia chiamarle così. E cominciamo da queste ultime, anche per spiegarci un po'. Prendiamo ad esempio 'Wicked Dice', un pezzo sospinto da un ritornello killer, meravigliosamente costruito, eppure privo della verve arabeggiante dei Myrath. Una canzone che potrebbe essere riassunta nella frase "tutto molto bello, ma potrebbe averla composta chiunque". Altro episodio che solleva alcune perplessità dopo l'entusiasmo iniziale è 'Lili Twil', e qui già sappiamo di andare incontro a nugoli di critiche. Certo, è apprezzabile che i tunisini diano spolvero ad una hit dell'artista marocchino Younes Migri. Ma a ben guardare, una volta passato l'ammaliante effetto prodotto dai gorgheggi di Zaher Zorgati, che qui canta nella lingua di Avicenna, l'idea è quella di trovarsi innanzi ad una semiballad progressive che si avvicina agli ultimi Dream Theater (e no, non è esattamente un complimento).

Risultati decisamente migliori si ottengono invece quando salgono in cattedra le tastiere di Eleys Bouchoucha, e l'esempio migliore giunge proprio alla fine di 'Lili Twil', ovvero 'No holding back'. Un singolone travolgente, leggero e permeato di atmosfere arabe, e durante l'ascolto è davvero è davvero difficile star fermi. Stesso discorso vale per 'Mersal' e per la title track 'Shehili', due pezzi davvero ispirati e caratterizzati da atmosfere decisamente più struggenti. A tutti gli effetti, questi due episodi potrebbero, unici in tutto il disco, essere inseriti a buon diritto in "Tales of the sand", che rimane il vertice dei Myrath a parere di chi scrive.

Nel mezzo, diverse canzoni buone, che cercano un compromesso tra gli elementi tradizionali e forma canzone standard, su cui risulta impossibile non citare 'Born to survive', 'Dance' o 'Stardust'.

L'impressione, dunque, dopo l'ascolto di "Shehili", sia quello che ai Myrath il giochino riuscito con "Legacy" sia piaciuto parecchio e abbiano deciso di riprovarci. Via le cose troppo complesse, largo a soluzioni semplici. Insomma, i nostri vogliono piacere e si sono adeguati al mercato. Buon per loro, perché i loro fan aumenteranno ancora. E abbastanza buono anche per noi, giacché la band guidata Malek ben Arbia non ha scordato da dove viene ed è riuscita comunque a darci un album di metal all'acqua di rose eppure personale (nella maggior parte dei casi) e con tratti stilistici ben riconoscibili. Posto che un nuovo "Tales of the sands" non ce lo beccheremo più, perché queste son le leggi del mercato, la speranza è che i nostri riescano a regalarci, in futuro, album con ancora più elementi orientali, sulla scia dei pezzi buoni citati in precedenza.

 
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