Recensione: Shifting.Negative

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A distanza di quattro anni, riecco tra le mani una fatica discografica dei nostrani Aborym. Il progetto, nel corso del tempo, si è distinto per una ricerca di un’identità nuova, pur pescando a piene mani dall’industrial e dalla musica elettronica più estrema e vicina al black metal.

“Dirty”, datato 2013, fu un’uscita che ritornava ad ambientazioni  maggiormente cupe, vicine alla nera fiamma, facendo passare il tutto dalla sintetica essenza electro del project.

“Shifting.Negative” è un lavoro che si lascia in parte alle spalle quelle atmosfere, presentandosi con il brano ‘Unpleasantness’ come industrial rock, passando anche da un approccio più thrash in ‘Decadence in a Nutshell’, ed incupendosi poi via discorrendo.

 I pezzi si muovono ormai su una linea che, seppur figlia di una drammaticità e distruttiva attitudine, ha il concreto sapore del rock. L’abbandono di certi approcci, soprattutto a livello vocale, non faranno la gioia dei più affezionati al passato. L’elettronica è sovrana, e certe divagazioni potrebbero far la gioia anche degli amanti di band più easy, in stile Marylin Manson & co.

Molti strabuzzeranno gli occhi, e non è stato facile nemmeno per noi, che da tanti anni seguiamo gli Aborym, comprendere questa trasformazione. Chiaramente la coerenza di fondo sta nel fatto di voler ormai puntare su qualcosa che sia sempre più distante dal black, mettendosi in discussione. La sperimentazione sta anche nella volontà di mescere generi diversi, come ad esempio il punk in ‘10050 Cielo Drive’.

 Qualcuno dirà che questo è un lavoro geniale, altri che è un compromesso inaccettabile. La sensazione che abbiamo avuto è che si sia fatto un buon full-lenght, che di rivoluzionario non ha però nulla di per sé, se non il contesto stesso in cui è stato partorito, cioè un progetto dalla radici totalmente diverse come Aborym. Una domanda che ci è sorta ascoltando “Shifting.Negative” è se abbia ancora senso un disco di questo tipo con questo appellativo. Il tempo magari ci aiuterà a capire, consigliandovi comunque di ascoltare l’album di per sé, senza pensare al passato della band (anche se pare impossibile). Per amanti di Nine Inch Nails e Marilyn Manson.

Stefano “Thiess” Santamaria

 
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