Recensione: Shrines of Paralyisis

Di Andrea Poletti - 6 Novembre 2016 - 14:21
Shrines of Paralysis
Band: Ulcerate
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2016
Nazione:
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82

I Santuari della paralisi, il reliquiario dove le tue ansie ed angoscie risiedono maestose mentre controvoglia si incanalano dentro il tuo stato d’animo. Passo passo muori e rinasci, perdi pezzi ad ogni nuovo inizio e man mano ti corrodi entro spire del serpente che ti attorciglia al male di vivere. Inghiottito. Scavato. Mentalmente denutrito queste ad ogni istanti mi risveglio, ogni singolo istante riprendo contatto con la vita per comprendere chi e cosa faccio e sono. Esco dal’io e guardo a distanza, una botta, un pugno che si schianta nello stomaco e decadi, immobile senza compromessi, non stiamo bene, sorridiamo solamente per far contenti gli altri senza sottoporci ad una autocritica dell’io interiore. 

Questo è il concetto alla base dell’ipotetica struttura di ogni fottuto brano degli Ulcerate, in sintesi: il vuoto orrorifico. Quell’orrore che serve, necessario alla vita per progredire e vomitare i dolori. “Distruttori di tutto”, “Vermi” e “Santuari paralizzati”; tutto ha un filo logico se ci pensiamo e tutto scorre, morire distrutti sotto terra per essere mangiati dai vermi e successivamente santificati senza emozioni. Così nasce questo nuovo capitolo e noi, io come te, godiamo senza sorridere perché la musica degli abissi fa bene allo spirito e al corpo portando in seno quella dose di malvagità che lascia intravedere la reale forma del nostro status vitale. Bene, ora la Nuova Zelanda è lontana anni luce da questo utopico bel paese, ma la confluenza di energie nere che collega ogni essere umano è pressoché la medesima. Siamo legati indossolibulmente gli uni con gli altri nche a distanze oceaniche. Viene spontaneo da chiedersi cosa possano provare quei tre musicisti per ogni volta riuscire a creare violenza e sofferenza in uno spazio così piccolo qualche l’ora di durata effettiva. 

La materia oscura di cui questo nuovo “Shrines of Paralysis” è composto segue all’80% quei canoni con cui anche il precedente “Vermis” veniva fuori dagli abissi; quel 20% che invece lo differenzia dal passato sta nell’aver apportato una maggiore attenzione verso le aperture melodiche. Come se il desiderio sinistro di entrare ancora più nel profondo dell’essere umano, sia alla pari con le dissonanze create dalle chitarre. I tempi maggiormente dilatati, le schegge più ferali che si mischiano ai toni più contemplativi diventano un appigliano per realizzare come gli Ulcerate, oggi, possano quasi farci vedere il loro lato più umano, più vero ed introspettivo. Possiamo certamente comprende come non vi sia una rivoluzione sonora, non si riscontra una paradossale decomposizione della band; riusciamo fortunatamente a vedere una nuova angolazione inesplorata della versatilità compositiva e creativa di questi tre uomi. Dando una sguardo al passato, pensando a “Of Fracture and Failure” o a “Everything is Fire”, la tendenza ad una maggiore progressione, ad una volontà non più celata di espansione mentale e creativa è lapalissiana; avanzamento e voglia di rigenerarsi sotto una luce nuova, più cupa.

Partendo dalla combo iniziale ‘Abrogation’ e ‘Yield to Naught’ che tira giù i muri distrugge ogni forma vivente, per passare alle ragnatele “lente” e fangose dell’intermezzo ‘Bow To Spite’ passando per ‘Chasm of fire’, si comprende il gioco di contrasti e contaminazioni che offrono un chiaroscuro di immense visioni. Anche la ‘Titletrack’ rende omaggio ad un venatura doom e post-qualcosa che in passato latitava nelle retrovie sino ad esplodere su giochi di contrattempi e stacchi al cardio palma. Non v’è una canzone che spicchi sule altre, non v’è l’accento che ti fa ricordare questa o quella traccia, questo è un vero monolite che da digerire diventa più che mai inaffrontabile. Gli Ulcerate si subiscono, non si analizzano e a fine ascolto, come accade per i Meshuggah, per i Gorguts, i Portal e altri fratelli la sensazione più vera è quella del vuoto, dell’anarchia interiore che sottolinea il vuoto emotivo. La conclusione del cerchio è data dalla fine delle speranze, quella ‘End the Hope’ che nei sui quasi otto minuti chiude questi cinquantasei primi dentro un magma forgiato dall’odio più viscerale e intransigente. Strutture lunghe, articolare, impossibili da riprodurre da qualsiasi altro gruppo che non siano gli Ulcerate stessi; una band che non copia mai se stessa reinventandosi e contemporaneamente confermandosi unica ed inimitabile, alfieri un nichilismo sonoro di inumane dimensioni.

Shrines of Paralysis” ha come unico e solo difetto di essere venuto dopo “Vermins”, dopo quel mastodonte che ad oggi rimane un piccolo gradino sopra il presente. Porta in dono l’essere andato oltre, dell’avere aperto nuove strade e soluzioni visive e di architetture al limite del pensiero; un macigno, una droga, l’assenza di volontà dove il vuoto vince e tu diventi passivo, informe, fumo nel nulla pronto a dileguarsi per essere dimenticato. Inchinatevi all’apocalisse sonora perché questa non è musica per tutti. 

Sono il vuoto, non sono diverso dal vuoto, né il vuoto è diverso da me; in realtà il vuoto sono io.

Jack Kerouac

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