Recensione: Sick

Di Vittorio Sabelli - 19 Marzo 2013 - 0:10
Sick
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Genere:
Anno: 2013
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78

Un nome, una garanzia! Devo ammettere che la curiosità musicale che si cela dietro il nome In Utero Cannibalism porta a scoprire un altro ramo della rete sotterranea ellenica. Il loro terzo full-length “Sick” va ‘ascoltato’ sin dall’inquietante cover, che ritrae una sorta di Samara di The Ring, ma con tutt’altri scopi e intenzioni.

L’introduzione di “Lockdown” con un’ansiosa risata isterica e un ultimo messaggio ‘criptico’, sono le ultime volontà espresse prima del… bang!  

Chiarita la parte scenica si parte subito con quello che è l’elemento principale nella produzione di “Sick”: il suo sound rozzo e grezzo. Non aspettatevi virtuosismi, il versante greco non è molto avvezzo a questo percorso, ma se volete godervi del sano e sporco death metal avete il disco giusto. Death che chiama in causa le metriche di Benton tipiche dei primi Deicide e le ritmiche di Stefanos e Alex che hanno fatto loro la lezione di Immolation e Malevolent Creation, particolarmente evidenti in brani quali “As I Burn” e “Dead Nation”.

Le chitarre medium-sound strizzano l’occhio agli Entombed, sfruttando questa scelta in fase di riffing su buona parte dei brani, in particolare su “Dead Nation”, “No Return” e “Bloodless”. Buone anche le costruzioni dei soli e qualche sezione acustica, che aiutano il songwriting a ‘spezzare’ i brani, rendendoli fruibili e intriganti. Elementi ritualistici, tipici di band elleniche quali Septicflesh e primi Rotting Christ, sono declamati chiaramente nell’arco dei trentaquattro minuti di “Sick”.

Brani quali “Retribution In Gore”, “Bloodless” e la title-track mettono in risalto il lato migliore della band, dove la voce di Bill e la chitarra di Mike emergono per incitare i nostri sensi a prender parte al gioco. E direi che lo fanno in maniera convincente. La conclusiva “Lab Rats To Eradicate” con i suoi riff ‘spezzati’ iniziali e il massacro continuo è un ottimo congedo, che ci lascia particolarmente soddisfatti per quello che (non) ci aspettavamo nascosto dietro il nome.

Produzione grezza ma inerente alla causa, non avrebbe altresì senso una produzione migliore per esprimere al meglio la musica dei quattro di Atene. Si poteva curare qualche dettaglio in più nel finale di alcuni brani, e qualche frequenza killer di alcuni piatti in alcuni punti, ma non è questo che abbassa il livello di attenzione nell’ascolto di un disco del genere.
 
Vittorio “VS” Sabelli

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