Recensione: Sick Society

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Non è purtroppo un’impressione delle più appaganti e cariche di buoni auspici, quella che deriva dall’ascolto di “Sick Society”, disco di debutto delle rockers Snei Ap.
L’idea, detto con franchezza, è che a dispetto di una materia “grezza” di discreto livello, i tempi siano stati un po’ anticipati, troncando di fatto una maturazione stilistica che ad oggi appare soltanto abbozzata ed in gran parte da sviluppare in modo compiuto.

Fondato da poco più di un paio d’anni e con un EP in archivio edito nel corso del 2013, il gruppo guidato dalla singer Martina Petocchi si lancia già dopo poco nella mischia con un primo full di brani totalmente inediti.
Trame minimali e spunti melodici appena accennati, sono il cardine dell’anima sonora di canzoni che appaiono talora acerbe e frutto di un’esperienza nel maneggiare la materia ancora in parte da costruire, succube di un istinto che, sottotraccia, muove atmosfere molto interessanti e lascia intravedere un pregevole e fascinoso feeling dai tratti plumbei ed oscuri, ma che, ad oggi, non appare ancora “consapevole” e modellato al servizio di una forma canzone che abbia al suo interno delle ragioni concrete per le quali potersi davvero sorprendere.

Gli elementi che più di altri si propongono nel descrivere le dieci composizioni che vanno a costruire l’esordio delle Snei Ap non possono, infatti, prescindere da un impianto complessivo di suoni e songwriting ad oggi ancora molto crudo e scarno, privo di particolari momenti di vero spicco ed incapace di proporsi con particolare personalità tale da definirne in modo concreto le forme ed i caratteri. Nulla insomma, che induca un potenziale fruitore ad una volontà di ascolto reiterata nel tempo.

Invischiato in toni a cavallo tra grunge, hard rock e groove metal, il sound del quartetto solo di quando in quando riesce a mostrare le vere peculiarità sulle quali vorrebbe poggiare la propria forza, alimentando percezioni decadenti e sentori darkeggianti dotati di un certo charme, per quanto ancora ad uno stato del tutto embrionale.
Un rifferama minimo e ripetitivo, poco aiutato da una produzione pulita ma priva di qualsiasi profondità (il suono delle chitarre è totalmente anonimo), è poi uno dei punti di maggiore debolezza di un prodotto che, al contrario, proprio dall’irruenza della sei corde dovrebbe ottenere la grinta necessaria nel supportare la voce di miss Petocchi, tra gli elementi di maggior valore del disco.

C’è parecchio da lavorare, tuttavia, le ambientazioni brumose di “Spiral Of Silence”, “A New Choice”, “Revenge” (che pure non è affatto male in termini di mera tecnica) e “Falling In My Rebirth” (una revisione di un pezzo già presente nel primo  EP che, chissà perché, in qualcosa ci è parsa molto debitrice dei Cure) sono una buona base di partenza.
C’è bisogno di fantasia, di voglia di osare e soprattutto, di un po’ più di consapevolezza nei propri mezzi.

Se poi le ragazze dovessero essere aiutate anche con una produzione di miglior livello…


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