Recensione: Sign Of The Wicked

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Tra le molte speed/thrash metal bands che popolarono l’underground tedesco nella metà degli anni ’80, alcune si distinsero per la particolarità della musica che proponevano, e i SDI furono sicuramente tra quelle che riuscirono a far parlare di sè. La storia dei SDI (abbreviazione di Satan Defloration Incorporated) cominciò nel 1984 ad Osnabruck con Reinhard Kruse e Ralf Maunert, entrambi già componenti della hard rock band Black Jack Co. All’inizio il gruppo nacque come un progetto di secondo piano dalle forti tinte umoristiche (il monicker ne è una prova lampante) e creato solo per divertimento, ma in breve tempo si trasformò in una realtà ben più seria e concreta. Come esplicitato da Kruse, l’intenzione del gruppo era quella di cavalcare il forte trend dell’epoca proponendo una speed/thrash metal band a tre elementi (un filone molto più seguito in Germania rispetto alle classiche hard rock bands), cosa che inoltre semplificava non poco l’organizzazione in ambito del gruppo stesso, vista la difficoltà di reperire musicisti preparati nei dintorni di Osnabruck. Maunert ricoprì il suo ruolo naturale di batterista, mentre Kruse (che nei Black Jack Co suonava la chitarra) decise di passare al basso: in questo modo gli risultava più semplice cantare e suonare contemporaneamente, considerando oltretutto la velocità di esecuzione che le canzoni dei SDI avrebbero rischiesto. In seguito  alla registrazione di un demo di quattro tracce intitolato “Bloodsucker”, un altro componente proveniente dai Black Jack Co, Franck Tiesing, entrò a far parte stabilmente della line-up dei SDI ricoprendo il ruolo vacante di chitarrista.

Dopo poco tempo la Gama Records, colpita positivamente dal demo della band, contattò gli SDI e propose loro un contratto per la registrazione di tre albums. Il trio tedesco debuttò sul mercato nel 1986 con l’album omonimo, un disco speed/thrash dalle forti influenze hardcore punk e tematicamente carico di humor, che metteva in luce una band energica, esplosiva ed irriverente. Nonostante una pessima qualità dell’artwork della copertina (che di certo non invogliava all’acquisto), un livello del songwriting non ancora eccelso ed una registrazione non molto curata, l’omonimo album dei SDI seppe reperire pareri positivi all’interno della scena metal del tempo. Il salto di qualità per la band avvenne però due anni più tardi, nel 1988, con l’uscita di “Sign Of The Wicked”, certamente la pietra miliare della loro discografia, e classificabile tra i migliori dischi speed/thrash usciti quell’anno. Con il secondo album, la band riuscì a valorizzare in pieno le proprie capacità: la qualità del songwriting era nettamente superiore, le linee melodiche e vocali molto più curate e lo stile si arricchì di nuove sfumature, ma nonostante questo la carica esplosiva della band riuscì a rimanere immutata. Rispetto al primo disco vennero accantonate quasi del tutto le influenze hardcore punk, lasciando maggiormente spazio a quelle di natura power/speed, ispirate principalmente da famose bands conterranee quali Running Wild, Helloween, Rage, Grave Digger, ed Angel Dust, e il tutto rivisto attraverso uno stile molto personale.

La prima cosa che colpisce del disco è certamente l’accattivante foto della copertina, che di certo non può non attirare immediatamente l’attenzione (a mio parere una realizzazione grafica veramente geniale). Dopo il brutto episodio riguardante il primo album, Kruse decise personalmente di occuparsi dell’artwork e propose un primo piano di stesso dopo essersi appena inciso a sangue il logo dei SDI sulla propria spalla con una lama di rasoio (ovviamente il tutto è una finzione). Inizialmente l’idea era quella di incidersi il simbolo sanguinante della svastica, ma fu subito accantonata e sostituita dal logo del gruppo per non creare eventuali ambiguità e cattive interpretazioni (il titolo dell’album “Sign Of The Wicked” si riferisce appunto alla croce uncinata, diventata malvagio simbolo di terrore ed oppressione, e il tutto relativamente alle tematiche anti-naziste affrontate nell’album, specialmente nelle prime due canzoni).

Musicalmente parlando, l’album parte veramente alla grande con “Coming Again”, presentata da una piacevolissima intro di chitarra classica che ben presto si traforma in una irresistibile cavalcata, riproponendo il riff iniziale principale in veste speed metal lanciatissimo che di certo non può non ricordare i primi Helloween. Il risultato è talmente azzeccato, che si può intuire al volo che l’opener è certamente uno dei cavalli di battaglia del disco. Verso la metà lo stile ed i riffs cambiano, ed in seguito ad un lento motivo di chorus  di chitarra, il tutto si trasforma in uno stacco power melodico di scuola Iron Maiden. Molto interessante il finale della canzone che sfuma, trasformandosi nell’intro stessa della song successiva, ovvero la title-track “Sign Of The Wicked”, che stilisticamente differisce dal resto della scaletta dell’album. Infatti qui i ritmi cambiano e si fanno decisamente più lenti, proposti in chiave molto più “heavy”, e l’atmosfera si fa pesante e cupa, riuscendo comunque a proporre dei refrains orecchiabili. Si cambia totalmente passo con “Megamosh”, altro pezzo da novanta del disco ed un chiaro inno di battaglia da concerto  più che mai adatto a mietere vittime tra la folla, introdotto da un coro intonante a gran voce  l’anthem “SDI Megamosh” appena prima che una serie di riffs spedd/thrash spacca-ossa e devastanti partino sparate e non lascino scampo alle nostre vertebre. Alla numero quattro troviamo “Alchohol”, una canzone stilisticamente più variegata rispetto alla precedente che si destreggia tra ritmi stoppati e cavalcate power condite da cori veramente d’effetto e ben congegnati che sottolineano l’humor presente nella song.

Si passa quindi a “Quickshot” (in italiano “sveltina”), dove una voce malvagia ed una doppia cassa accompagnata da un vivacissimo riff di basso ci introducono in un’altra bella e classica song speed metal targata SDI. Anche qui, come nella song successiva, l’humor si spreca. La velocità esecutiva resta padrona con “Always Youth”, canzone che nelle liriche parla con ironia di un ragazzo a cui non è permesso di restar fuori fino a tardi. La successiva “Long Way from Home” è anch’essa ben riuscita, e stilisticamente si rifà molto alla precedente, restando comunque un po’ più articolata e complessa nella sua struttura. La scaletta procede quindi con “Killer’s Confession”, altra canzone che farebbe sfracello ai concerti e decisamente tra le migliori del disco sotto il profilo dell’impatto, presentandosi come ciò che potrebbe risultare tranquillamente il sunto della filosofia musicale di “Sign Of The Wicked”, ovvero un thrash metal lanciato dai tratti melodici e dalle forti sfumature power/speed. Chiude infine il disco “Fight”, song introdotta da un gong e dalla voce di Bulent Sendallar (altro componente dei Black Jack Co, che però declinò la proposta di diventare vocalist dei SDI a tempo pieno). Nella sua digressione, Sendallar racconta umoristicamente in lingua turca come Mikail Gorbaciov avesse dichiarato di portare rispetto ai SDI. In seguito la canzone parte, si sviluppa e chiude la scaletta secondo gli ormai rodati canoni del disco.

In definitiva “Sign Of The Wicked” è un disco veramente ben concepito, suonato e prodotto, un fulgido esempio di thrash metal fortemente influenzato da tratti power/speed e redatto con uno stile molto personale che lo ha reso certamente uno dei dischi più interessanti dell’epoca per quanto riguarda il genere musicale in questione. Sicuramente stiamo parlando di una gemma che non può non soddisfare gli amanti del genere e del sound classico degli anni ‘80, ed oltretutto, per chi mai volesse procurarselo, l’album non risulta neppure di difficile reperibilità visto che è stato ristampato nel 2005 dalla Battle Cry Records, con l’aggiunta di quattro tracce bonus provenienti dal quarto album dei SDI, registrato tra il 1991 e il 1993 ma mai messo sul mercato.

Dopo “Sign Of The Wicked”, i SDI affrontarono quella che fu la fase calante della loro carriera. Nel 1989 rilasciarono il discreto “Mistreated”, ed in seguito registrarono tra il 1991 e il 1993 un quarto album che nessuna etichetta però si rese disponibile a lanciare sul mercato (complice soprattutto la crisi che il mondo del metal dovette affrontare dopo gli inizi degli anni ’90).  A questo punto, senza alcuna ambizione propria ed interesse da parte del mondo musicale, ai SDI non restò altro che sciogliersi

Simone Maver

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Track-list:
1) Coming Again
2) Sign Of The Wicked
3) Megamosh
4) Alcohol
5) Quickshot
6) Always Youth
7) Long Way From Home
8) Killer’s Confession
9) Fight
 
Line-up:
Reinhard Kruse (basso/voce)
Franck Tiesing (chitarra)
Ralf Maunert (batteria)

 
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