Recensione: Simplicity

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Dall’ultimo studio album, Forever More, i Tesla - una delle più integre, coerenti e valenti band di hard rock nate e cresciute a cavallo tra la seconda metà degli anni Ottanta ed i primi anni Novanta del secolo scorso, autrice di capolavori del  calibro di Mechanical Resonance, The Great Radio Controversy e Psycotic Supper - non sembrano aver avuto molta fretta di realizzare un nuovo album di inediti.
Pur avendo tenuto in caldo il pubblico con infuocati live in lungo ed in largo per il mondo, e con lavori come l’unplugged Twisted Wires & the Acustic Sessions, infatti, i rockers statunitensi hanno fatto trascorrere ben sei anni dal più recente album di inediti, dedicandosi, evidentemente, con tutta calma al lavoro di songwriting.
Il risultato di tale impegno prende il nome di “Simplicity”, che è, tra l’altro, la prima operazione discografica dei Tesla senza Tommy Skeoch alla chitarra.
Nel full-length nuovo di zecca la band sembra aver abbandonato quasi del tutto la tentazione di lasciarsi influenzare da certo hard rock contemporaneo “grungy”, che, invece, qua e là trapelava in Forever More. Il five-piece, infatti, ha preferito riallacciarsi al puro, incontaminato hard rock stradaiolo e genuino che li ha marcati agli esordi e per quasi tutta la sua carriera. I nostri eroi, tra l’altro, prediligono qui alla tempesta sonora dei suoni più heavy i toni più riflessivi, ma pur sempre ruspanti, delle loro peculiari ballate venate da umori da frontiera americana.

In realtà alquanto ingannevole, circa le intenzioni del gruppo, è l’opener M P 3; trattasi, infatti, di un hard rock lento e denso, contrassegnato da chitarroni e melodie che palesano qualche reminiscenza di Rockstar dei Nickelback. Ricochet, invece, subito dopo mette a nudo le due anime che convivono senza difficoltà nello stile della band. La canzone, difatti, si apre mendace con lenti intrecci chitarristici ma poi spiazza l’ascoltatore con le bordate sonore di un hard rock spedito e catchy.
Le scorticate ballad da rocker duro ma dal cuore tenero, dicevamo, rappresentano lo zoccolo duro di Simplicity. Non aspettatavi, però, mollezze da pop-band, sia ben chiaro, e neanche eccessi di leziosità da glassate canzoni AOR: i Tesla mantengono in ogni traccia, com’è loro costume, un mood ruvido e pieno di intensità espressiva dai toni “blue collar”, riuscendo a donare comunque ad ogni singola traccia una sfumatura diversa.
Ecco, dunque, che Rise and Fall si rivela come un elettrico slow americano fino al midollo, mentre So Divine... emoziona sul filo di una semi ballad elettrica e dai toni epici. Honestly è una song ad alto tasso di luminosa melodia e carica di avvincenti chiaroscuri, e la melodia è pure la carta vincente sia dell’ affascinante e morbida Burnout to Fade, sia di una 'Til that Day dalle suggestioni evocative.
Life is a River è più aspra e si fregia di un assolo di chitarra elettrica suggestivo, mentre Other than Me percorre i sentieri della canzone semi acustica con spunti roots. Baleni roots, ma pure blues e “jazzy”, illuminano anche la briosa Cross My Heart.
Non mancano, però, tracce di detonante hard rock: ne sono esempi luminosi Sympathy, nella quale il basso s’insinua tra chitarre elettriche per far deflagrare rutilanti esplosioni soniche, mentre in Flip Side! l’hard rock si contamina con sprazzi jazzy ed umori spiritosi.
Pure Time Bomb abbaglia e trascina l’ascoltatore col suo hard rock fragoroso, mentre Break of Dawn è pane per i denti di chi ama il pure ed incontaminato rock'n'roll stradaiolo.

Con il nuovo platter, missato da Michael Wegener, i Tesla, guidati dalla voce alla carta vetrata di Jeff Keith e contraddistinti dallo scabro suono delle due asce incrociate, si confermano, dunque, tra gli alfieri incontaminati d’ uno schietto rock'n'roll, che si esprime ineguagliabilmente sia nei lenti più emozionanti che nei qui più rari uptempo al fulmicotone.

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