Recensione: Siren Charms

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«Non è un disco per deathster».
 
Parafrasando i Fratelli Coen (o, per meglio dire, la traduzione italica del loro “No Country For Old Men”, NdR), è proprio questa la prima frase che vi verrà di certo in mente ascoltando il nuovo parto di casa In Flames
 
“Siren Charms” è, infatti, un disco nel quale il death metal - pur melodico, swedish e sempre più alternativo come da una quindicina d'anni a questa parte - latita in maniera pressoché totale, ma è anche un disco globalmente più riuscito e per certi versi più coraggioso rispetto al precedente “Sounds Of A Playground Fading”. L’ammorbidimento progressivo nel sound degli svedesi non è infatti una novità (prende le mosse dai tempi del sottovalutato e poi, giustamente, rivalutato “Reroute To Remain”, NdR) ma, rispetto alla sensazione di “vorrei ma non posso” tipica di più d’un episodio del suo predecessore, “Siren Charms” svolta completamente nella direzione di composizioni più brevi, levigate ed easy listening. Composizioni probabilmente pensate per una maggior diffusione di massa, ma non per questo peggiori a prescindere, ferma restando la grandissima distanza in termini di stile e contenuti, dai tempi di “The Jester Race”.
 
Contestualizzazioni a parte, l’album in sé appare tutt’altro che malvagio – tralasciando una partenza inspiegabilmente piatta, affidata alla malriuscita “In Plain View”, un pastrocchio degno dei peggiori Engel – tanto da regalarci una serie di canzoni piuttosto piacevoli. I tratti caratteristici, come accennato, più che al death "old school" si ricollegano al metal contemporaneo (che di certo gli Infiammati hanno contribuito a creare), senza dimenticare alcuni spunti di matrice melodic metalcore e un certo qual gusto per armonie e arrangiamenti tipici del rock alternativo quando non addirittura – udite udite – dell’indie.
 
Con l’esclusione della citata opener, l’unica altra traccia realmente piatta e, in definitiva, deficitaria è l’incolore title track. Viceversa, se con “Everything’s Gone”, n.2 in scaletta, si comincia a fare sul serio è con la successiva, ottima, “Paralyzed” che si entra davvero nel vivo, grazie all’ottima prestazione vocale clean di Anders Friden e ad un guitar work di gran gusto, nel quale non mancano di fare capolino gli stilemi più classici della band. 
 
Seguono le ancor più morbide e melodiche “Through Oblivion”, secondo singolo pubblicato e fin da principio pietra dello scandalo per via del retrogusto ormai totalmente alternativo, e “With Eyes Wide Open”, addirittura vagamente U2; il meglio viene, tuttavia, riservato per la seconda parte. Nella marcia verso la conclusione si distinguono, infatti, le meno standard (e quindi più coraggiose) “When The World Explodes” – la più violenta del lotto, stemperata dal riuscitissimo innesto di vocals femminili – “Rusted Nail”, praticamente un out-take da “A Sense Of Purpose” e le conclusive “Monsters In The Ballroom” e “Filtered truth”, con ogni probabilità le migliori in scaletta.

I più affezionati al “vecchio” sound di casa Friden & Gelotte rimarranno certamente, ma forse non del tutto legittimamente - giacché gli In Flames hanno smesso di essere una death metal band nel senso più classico del termine da più d’un decennio - delusi dall’ennesima svolta “commerciale”. Per tutti gli altri, il consiglio è quello di dare una chance a un disco apparentemente soft e venduto, quanto al contrario ricco di spunti potenzialmente vincenti, ancora piuttosto indietro, tanto per fare un nome, rispetto alla magnificenza dell’ultimo Soilwork quanto decisamente al di sopra della sufficienza.

Stefano Burini



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