Recensione: Skid Row

Di Mauro Gelsomini - 11 Marzo 2003 - 0:00
Skid Row
Band: Skid Row
Etichetta:
Genere:
Anno: 1989
Nazione:
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95

Formati nel 1986 dal bassista Rachel Bolan e dal chitarrista Dave “the Snake” Sabo (ex Bon Jovi), gli Skid Row debuttarono tre anni dopo con lo straordinario CD omonimo, dopo aver completato la line up con Scotti Hill (chitarra), Rob Affuso (batteria) e Sebastian Bach (voce).
Il materiale composto per l’occasione è quanto di più tipicamente pop-metal possa esserci in circolazione, con una grande attitudine glam e una personalità da vere rockstar immediatamente e prepotentemente mostrata dai nostri.
Tra le “hair-band” dell’epoca, forse gli Skid Row furono quelli che arrivarono al vero successo commerciale, testimoniato dai molti dischi di platino vinti negli anni.
Le liriche tipicamente hard rock (ce n’è per tutti i gusti davvero, dal ragazzino ribelle di “18 And Life”, alla malinconia romantica di “I Remember You”, dalle sfuriate hippie di “Sweet Little Sister” all’analisi sociologica dei bassifondi di “Youth Gone Wild”) sono solo uno strumento per caratterizzare il sound personalissimo della band, fatto di rabbia, aggressività ed energia. Ovviamente non manca il vero talento, indentificabile nella voce di Sebastian Bach che incarna tutti gli ingredienti necessari alla creazione di una perfetta macchina musicale. La sua timbrica lacerante, nasale, con la sua interpretazione a volte dispettosa, unita all’innegabile sex-appeal, ne fecero subito un idolo (troppo giovane per controllare la situazione) delle ragazzine, e, di conseguenza, dei fan di tutto l’hard rock.
Come se non bastasse i riferimenti al metal sono molto più che presenti: in “Big Guns” e in “Can’t Stand The Heartache” i riff pesano come macigni, mentre “Piece Of Me” potrebbe tranquillamente comparire in un album degli W.A.S.P.; come se non bastasse i ritornelli travolgenti nella loro forma-tormentone non lasciano scampo agli indugi, ed ogni pezzo risulta un anthem martellante il cui impatto devasta senza compromessi.
Probabilmente si tratta del punto più alto raggiunto dagli Skid Row nella loro carriera, il classico fulmine a ciel sereno che ha conferito loro il cult status dall’oggi al domani, e che, probabilmente, ne ha segnato il declino compositivo: la band era troppo immatura per affrontare l’importanza che il pubblico le stava conferendo, e lo stesso Sebastian non riuscì a mettere da parte i suoi continui capricci. A mente fredda, dopo ben quattordici anni da quel fragoroso debutto, potremmo sciorinare tutta una serie di critiche, a partire dalla poca eterogeneità dei pezzi – perché molti refrain sembrano davvero copiati e incollati – ma a chi importerebbe? Ciò che ci rimane è un disco fondamentale, di culto per tutti gli amanti del vero hard rock, e di buona parte del metal, che non dovrebbe mancare in ogni collezione che si rispetti.

Tracklist:

 1. Big Guns
 2. Sweet Little Sister
 3. Can’t Stand the Heartache
 4. Piece of Me
 5. 18 and Life
 6. Rattlesnake Shake
 7. Youth Gone Wild
 8. Here I Am
 9. Makin’ a Mess
10. I Remember You
11. Midnight/Tornado

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