Recensione: Slave of Time

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Gli Enterfire sono una giovane band inglese nata da un’idea del chitarrista e cantante Niki B di origine greca e trasferitosi a Londra per studiare musica. Il loro è un Heavy Metal tirato, con qualche lampo di Thrash moderno e mescolanze di suoni progressivi e melodici.

Il risultato delle loro sperimentazioni è condensato nell’album di esordio, pubblicato autonomamente, uscito il 4 ottobre 2018 con il titolo ‘Slave of Time’ ed avente come tema principale il tempo, che sta passando senza pietà, ed il mondo, che sta cambiando velocemente. 

I musicisti dimostrano una buona preparazione, sia tecnica, sia compositiva, sapendo ben unire sezione dure con altre melodiche, con passaggi che quasi non fanno accorgere dei mutamenti emozionali.

In particolare è buono il lavoro delle chitarre di Niki B e Ioakeim Aktinoudis, eclettico a livello ritmico e coinvolgente a livello solista, riesce a creare buone e varie atmosfere che vanno dal cupo all’appassionato.

Il lavoro del batterista Nivk Thivaios è anch’esso valido, soprattutto nelle parti più dure e thrasher, dove pesta come un dannato, così come quello del bassista Mr. Webster, che sa dire la sua con precise e buone linee d’accompagnamento.

Il cantato, affidato all’ideatore Niki B, è cangiante, riuscendo a passare dal pulito all’aggressivo a seconda della sensazione della canzone. Ed è qui che mettiamo un ‘puntino’: per quanto duttile, la voce non riesce ad essere concretamente violenta nelle parti più Thrash, smorzandone la carica ed indebolendo il pezzo. Peccato perché, per il resto, ‘Slave of Time’, pur non essendo certamente il disco dell’anno e non dicendo niente di nuovo, è un album orecchiabile e niente male, mettendo in luce un’alta potenzialità della band, lasciandone intravedere un fulgido futuro.

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Il Full-length si compone di nove tracce, per una durata complessiva inferiore alla mezz’ora.

Dopo una breve introduzione legata al tema del disco, dove si sente il ticchettare di un orologio, che scandisce l’inesorabile trascorrere del tempo, al quale si sovrappone una cupa chitarra, parte il vero primo pezzo: ’Upon Humanity’, nella quale l’energia e la melodia s’inseguono forsennatamente.

Segue ‘Slave of Time’, arrabbiata, con un bella sezione stoppata ed un pregevole assolo, con sempre interposte aperture melodiche ben inserite.

Open Sky’ è una semi ballads, malinconica ma anche dinamica mentre la successiva ‘Freaking Out’ pesta alla grande facendo rispuntare la vena Thrash del combo.

Edge of a Knife’ offre cento variabili con rallentamenti che precedono accelerazioni e delle buone linee melodie nella parte centrale.

Weapon of Broken Dreams’ all’inizio sembra delicata ma poi diventa una buona cavalcata sonora tutta metallica con un refrain anthemico ed emozionante.

Molto velocemente il platter sta giungendo alla fine: ‘A Thousand Voices’ è un Thrash moderno con un buon assolo al suo interno, ‘Hands from Hell’ esce un po’ dai soliti schemi fiondandosi nell’Alternative prima d’indurirsi e la cupa ‘Breathe’ conclude degnamente il disco con strofe pesanti ed un refrain duro come l’acciaio.

E di acciaio sono fatti questi quattro ragazzi, che sicuramente hanno bisogno di crescere e maturare, ma che già si sono addentrati lungo il sentiero giusto.

Attendiamo il prossimo lavoro essendo sicuri che non deluderà. Per ora giudizio più che sufficiente.

 
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