Recensione: Slaves of the Shadow Realm

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I Legion of the Damned sono originari dei Paesi Bassi ed hanno iniziato a suonare nel 1992 con il nome Occult. Subiti alcuni cambi di formazione hanno assunto il monicker attuale nel 2005 e, da allora, hanno pubblicato sei album più la compilation ‘Full of Hate’ nel 2009 ed il live ‘Slaughtering …’ nel 2010.

Ora è la volta del settimo full-lenght, dal titolo ‘Slave of the Shadows Realm’, disponibile dal 4 gennaio 2019 via Napalm Records.

La formula del quartetto è molto semplice: rabbia e furore, di quelle che ti assalgono quando sei in coda negli uffici di equitalia, compresse in musica, senza starci tanto a pensare e sparate a mille all’ora contro qualsiasi cosa si pari loro davanti. Se la barriera è una lastra di metallo, ancora meglio: la detonazione sarà più forte.

Concetti semplici, diretti ed incisivi, come hanno insegnato Possessed, Slayer, Sodom e Destruction: nessuna sperimentazione, nessun tentativo di inventare qualcosa di nuovo o voglia di stupire; solo sano Thrash, al limite condito con un po’ di sonorità Death e Black per rendere il tutto ancora più feroce.

Voce scream tagliente come la lama di un rasoio, ritmiche serrate allo spasimo, assoli frenetici ed aspri, una batteria incessante: se i Legion of the Damned avessero vissuto nel 1300 sarebbero stati sicuramente d’esempio a Dante Alighieri per la stesura del primo cantico della sua Commedia ed infilati in uno dei nove cerchi infernali.

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La potenza è il punto cardine sul quale ruotano, vorticosamente e senza sosta, ritmi smodati oppure subdolamente cadenzati; non ci sono battute d’arresto per far tirare il fiato, se non brevi momenti che, distaccandosi dalle tracce, tendono a stupire: l’effetto di una puntina che cala su un disco ed il ‘gracchiare’ dei solchi (… ‘fastidio’ che sicuramente i più veterani ricorderanno bene …) in ‘Charnel Confession’, una traccia essenzialmente cadenzata dove si sente un accenno di melodia dato dalle chitarre sdoppiate, od il pianoforte malinconico che introduce l’esplosiva ‘Shadow Realm of the Demonic Mind’ oppure l’inizio orchestrale dai toni infernali di ‘Priest Hunt’, dove la batteria deflagra.

Per il resto sono mazzate, bombardate, colpi di scure: un continuo ripetersi di velocità e cadenza, stop and go, accelerazioni improvvise senza mai un attimo di tregua od un calo di potenza, tanto che è inutile soffermarsi su ogni singolo pezzo per descriverlo.

Questa continua manifestazione di ferocia, questo voler esprimere rabbia a tutti i costi è il pregio ma anche il difetto del disco; si, perché, alla fine, le tracce variano di poco tra loro e non sono di facile assimilazione. Addirittura, a parere del sottoscritto, le ultime due, ‘Azazels Crown’ e ‘Dark Coronation’ sono di troppo, più che altro perché rendono il lavoro troppo lungo.

Al contrario, brani come ‘Slaves of the Southern Cross’, Warhounds of Hades’ o ‘Black Banners in Flames’ sono ottimi esempi della concezione di Thrash moderno ed aprono le porte alla musica estrema del decennio che sta per arrivare: veri rulli compressori e portatori sani di cervicale.

Tirando le somme i Legion of the Damned, con ‘Slaves of the Southern Cross’, si fanno sentire alla grande. Il 2019 non poteva iniziare meglio.

 
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