Recensione: Snakes For The Divine

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Come sono lontani, i tempi degli Sleep. Tempi in cui il buon Matt Pike era solito sollazzarci con gli intrecci di chitarra psichedelici e sognanti, la musica dai colori accesi, le atmosfere eteree dove fuggiva dal mare con un moto ascendente, per toccare il sole e poi tornare nell'oceano, come recitava il suo compare Al Cisneros in Aquarian. Da quei giorni lontani ne è passato di whisky sotto i ponti, e anche le abitudini del sabbathiano chitarrista sono mutate. Adesso è incazzato come il proverbiale leone con la spina nella zampa; nutre la sua voce con bottiglie rotte e dispensa, ormai dal 2000, delle bordate di suono micidiali con i suoi High on Fire. Meno fumo e più arrosto, in tutti i sensi, e anche oggi il sentiero di guerra sembra essere ancora lo stesso.

Snakes For The Divine, come intuibile dal nome, mantiene le classiche tematiche basate sulla mitologia che da sempre hanno accompagnato il gruppo, e non si discosta dalla direzione musicale intrapresa con i precedenti album. A partire da Sorrounded By Thieves, gli High on Fire hanno infatti cominciato a limitare gradualmente la propria componente psichedelica a favore di un sound più diretto: una specie di miscuglio tra thrash metal, stoner rock, grandi quantità di Motörhead e un po' di doom. Grandi legnate, quindi, dirette dal suono devastante della chitarra di Pike, sempre più micidiale nella sua potenza. D'altra parte, la passione smodata di Matt per gli amplificatori vintage che da sempre lo accompagna (provate a dare un occhiata al booklet di Holy Mountain degli Sleep, ad esempio, dove chiedeva di essere contattato per poter acquistare i famosi amplificatori Orange) ha fatto si che il suono della propria sei corde fosse sempre più corposo, sempre più granitico. Una componente fondamentale e di primaria importanza nel sound degli High on Fire, che ormai ha assunto il ruolo di vero e proprio trademark.

Ma torniamo a Snakes For The Divine: come già detto, l'allontanamento graduale dalle atmosfere più eteree ha portato questo ultimo album ad essere il più aggressivo, probabilmente, di tutta la discografia del gruppo. L'opener ne è un esempio perfetto: parte con un riff melodico quasi maideniano che poi esplode in una traccia violenta e trascinante, in palese debito verso i Motörhead. Un altro esempio sono la seconda Frost Hammer e, soprattutto, Ghost Neck, dove i ritmi si fanno decisamente rivolti al thrash più affilato, risaltando la sezione ritmica formata da Jeff Matz (già nelle fila dei grandi Zeke) alle quattro corde e specialmente dall'ottimo Des Kensel, intento a martellare le pelli con la consueta violenza. Un po' di doom si fa sentire nella particolare Bastard Samurai, più lenta e oscura nelle atmosfere, caratterizzata anche da un ottimo assolo, e nella lunga How Dark We Pray: forse la canzone più legata ai Black Sabbath, con delle splendide aperture melodiche quasi epiche. Altro highlight, e forse miglior traccia dell'intero album, è la bella Fire, Flood & Plague. Un semplice ma efficace riff che sembra agganciare l'ascoltatore per i capelli, costringendolo a fare headbanging per tutti i sei minuti che la compongono. Una perfetta summa dell'attuale suono degli High on Fire, dove Matt ci gracchia tutta la sua rabbia con quella voce che sembra un'estremizzazione del timbro del buon vecchio Lemmy, annacquata da fin troppi cicchetti, che risulta comunque perfetta per la proposta musicale.
In generale, comunque, l'esperienza comincia davvero a farsi sentire: la struttura delle canzoni è matura, ricca di piccole sfaccettature e molto curata. Non si ha mai la sensazione di essere di fronte ad un lavoro scritto in fretta e furia, o composto giusto per esigenze discografiche: la voglia c'è e si sente, e il gruppo si muove come un'unica entità. Un affiatamento abbastanza raro, al giorno d'oggi.

A quanto pare, la strada verso l'alto degli High on Fire non sembra aver ancora raggiunto il suo apice. E meno male, dico io, perché almeno possiamo continuare ad avere nel nostro lettore prodotti di questa caratura a farci compagnia nelle serate buie e tempestose, dove l'unica decisione saggia sembra essere quella di bere birra e fare headbanging davanti allo stereo. Avanti così, caro Pike, a noi va più che bene.

Michele "Panzerfaust" Carli

 

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Tracklist:
1.Snakes for the Divine    
2.Frost Hammer    
3.Bastard Samurai    
4.Ghost Neck    
5.The Path        
6.Fire, Flood & Plague
7.How Dark We Pray    
8.Holy Flames of the Fire Spitter  

 
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