Recensione: Something Wicked Marches In

inserito da

1986 – 1996 e 2004 – 2015. Non sono iscrizioni trovate su qualche lapide, bensì i periodi nei quali il carismatico singer David Vincent ha militato nella sua main band Morbid Angel e, se nella prima decade ha raggiunto i sogni di gloria contribuendo a creare una delle band death metal pioniere nella scena mondiale nonché una di quelle che, come vendite, raggiunse prima di chiunque altra un successo commerciale nonostante l’estremismo della proposta sia strumentale che lirica; nella seconda decade di sicuro non è riuscito a far tornare la band ai fasti di un tempo concludendo (per ora?) la morbosa esperienza con il discusso e coraggioso, ma per certi versi sottovalutato Illud Divinum Insanus.

Dopo l’ennesima separazione dall’ex amico Trey Azagthoth, Mr Vincent ci è sembrato un pò perso e in balia del suo enorme ego tale da farci dubitare l’effettiva ripresa di un artista che come lead singer in campo death non è mai stato secondo a nessuno.

Tra progetti country discutibili, proclami di band in compagnia di elementi degli In Flames e Hardcore Superstar (!!!) (i fantasmi Nero 54/68) che mai videro la luce e una “cover band” dal nome I Am Morbid dove propone repertorio esclusivamente Morbid Angel suonando su e giù per tutto il globo, pareva che l’ex biondo avesse realmente perso la bussola.

Tuttavia, come un fulmine a ciel sereno, ecco un ennesimo proclama, un progetto estremo in compagnia di quel mostro di batterista che porta il nome di Flo Mounier (Cryptopsy) e Rune Eriksen alla sei corde direttamente dai blackster Aura Noir. La curiosità per una band da un potenziale simile ovviamente salì alle stelle, raffreddata da un comune scetticismo visto i recenti passi falsi del mastermind.

A fine marzo di quest’anno, come a smentire le voci che davano per bollito Mr Vincent, ci pensa Something Wicked Marches In, sorprendendo chiunque avesse pregiudizi o un benchè minimo dubbio sulle capacità e sul talento del bassista canadese.

Questa sua nuova creatura chiamata Vltimas, dalle sembianze mostruose e dagli intenti poco raccomandabili, irrompe nel mercato discografico in punta di piedi ma, già dal vedere la line up, si capisce che di sicuro non sarà un disco che passerà inosservato.

Le divagazioni country o industrial del nostro beniamino non hanno scalfitto di un millimetro la sua cattiveria assassina e i quaranta minuti scarsi di questo platter stanno a ribadire ciò; David Vincent è tornato a fare musica estrema con buona pace di tutti perché, dopo aver ascoltato e riascoltato questo disco, ci si rende effettivamente conto che lui è il death metal. Saluti e grazie.

Non c’è ne vogliano i cari e simpatici Morbid Angel, ormai caricatura della band del Domination che fu, ma gli Vltimas oggi come oggi sono di un altro pianeta, infestato da demoni e dalla pazzia dei componenti di questa bestia a tre teste che sputa fuoco e rabbia dal primo ed ultimo minuto.

Questa non è una gara a chi lo ha più lungo, tuttavia il mettere sul piatto della bilancia un disco del genere effettivamente fa terra bruciata per tutti gli ipotetici competitor del settore.

Non c’è pace in David e lo esprime dalla prima all’ultima traccia di questo massacro collettivo che tra up tempos, blast, tremolo senza un minimo di sosta, dimostra come la sua attitudine estrema a quasi 55 anni non si è mai affievolita e la fiamma nera dentro lui brucia più che mai.

Nove tracce che scorrono come uno schiacciasassi con motore di Lamborghini lanciato a tutta velocità in un centro storico ZTL, tutto ciò che incontra lo schiaccia, lo spazza via lasciando neppure il ricordo di ciò che fu.

La brutalità di Vincent, la tecnica devastante di Mounier e la freddezza di Eriksen al servizio della causa creano un connubio pressoché perfetto di death e black metal che vanno a piè pari ad esplorare i meandri più oscuri della mente del frontman come si evince in Monolilith e Diabolus Est Sanguis, che dispensano dissolvenze gotiche ed evocative anche se è la frangia più estrema del genere a dettare le regole.

Praevalidus è death metal puro che sfocia nel black tanta è l’irruenza ritmica, mentre Total Destroy lo è puramente con i riff tipicamente di matrice norvegese che sfociano in una strofa che è ciò di più brutale che si possa immaginare.

 

Total Destroy – Total Destruction

 

Ciò che impressiona è la capacità compositiva ritrovata al netto delle sperimentazioni del passato, un David Vincent così non si sentiva dai tempi di Domination (1995), impressionante l’ispirazione che rende questo Something Wicked Marches In un vero e proprio viaggio impossibile all’interno nei labirinti della perversa mente umana del power trio in questione.

Brani come Everlasting con le sue geometrie completamente fuori di testa, dove l’impressionante tecnica dei suoi componenti emerge come non mai, oppure la conclusiva Marching On con la sua brutalità o le sfumature atmosferiche di quel capolavoro che prende il nome Last Ones Alive Win Nothing sono tutte facce della stessa medaglia che rendono questo disco di esordio non un capolavoro ma di sicuro un disco da emulare, un nuovo punto di riferimento che alza l’asticella nel genere, e lo fa di parecchi metri sopra i comuni mortali.

La prova di Vincent è pazzesca grazie al suo inconfondibile growl mai monocorde che va, spesso e volontieri, a cercare soluzioni più pulite ed evocative nelle parti dove l’atmosfera si fa più cupa e ragionata; Flo Mounier non ha bisogno di presentazioni e ribadisce di essere uno dei migliori drummer di tutto il panorama estremo grazie alla sua precisione, potenza, versatilità e gusto negli arrangiamenti anche più semplici ma senza mai perdere di vista l’efficacia in favore a virtuosismi inutili, mentre Blasphemer alla sei corde riesce a conferire su tutto il lavoro quell’atmosfera gelida e intrisa di orrore tipica del black di scuola norvegese.

L’unione di questi tre personaggi che rappresentano ognuno una scuola differente, fa si che il dischetto in questione risulti essere a tutti gli effetti ciò che di meglio nel death metal di oggi si possa ascoltare con composizioni mai scontate e imprevedibili e dove cambi di tempo al limite dell’impossibile, la perizia tecnica, l’ispirazione da mille e una notte e il tutto abbellito da una produzione pressochè perfetta facciano si che questo disco sia ai vertici di categoria in assoluto.

Di sicuro non di facile assimilazione ma va degustato lentamente, ascolto dopo ascolto per non perdersi neppure un istante o un passaggio dove le abilità di questi mostri vengono a galla, garantendo una longevità del platter che, per il genere, è fuori dal comune.

Con buona pace di tutti; compresi gli amici/nemici di sempre, Morbid Angel, che mai al giorno d’oggi arriveranno a coniare un disco del genere; David Vincent è tornato a fare ciò che sa fare meglio: prenderci a calci nel culo e questa volta lo fa in maniera più brutale che mai.

 

 
81