Recensione: Songs From The Earth

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Sembra incredibile, ma l’omonimo album di debutto dei Lombardi Furor Gallico vide la luce ben quattro anni fa! Cinque, se contiamo a partire dall’uscita della versione autoprodotta. Nonostante la buona accoglienza incassata con l’esordio, quindi, i nostri hanno aspettato un intero lustro prima di darci in pasto questo nuovo “Songs From The Earth”; come mai tutto questo tempo? Cosa hanno fatto in questo periodo? E, soprattutto, è valsa la pena aspettarli? Per ottenere la risposta alle prime due domande non avete che da scandagliare la Rete in cerca di informazioni mentre, buon per voi, potete soddisfare tutta la curiosità relativa alla bontà di questo disco rimanendo in questa pagina e leggendo la recensione fino in fondo (senza sbirciare il voto, mi raccomando).

Uno degli aspetti più intriganti dell’analizzare il secondo album di una band promettente è quello di scoprire se le belle speranze maturate durante gli ascolti dell’esordio si sono concretizzate o se il gruppo, come spesso capita, si è perso per strada. Pertanto, capirete la trepidazione quando ho scoperto che, finalmente, i Furor Gallico si erano decisi a pubblicare un nuovo disco. Le premesse sono interessanti: le nove tracce tra cui ci stiamo per addentrare sono state registrate nei milanesi Metropolis Studio, tra le cui pareti si sono mossi nomi del calibro di PFM e Depeche Mode, mentre missaggio e masterizzazione sono stati realizzati negli Alpha Omega Studio dove, già in passato, sono state curate produzioni ben più “pesanti” (Behemoth e Carcass, tra gli altri). Due anime diverse che lasciano presagire il ritorno di uno degli aspetti più apprezzabili della precedente produzione: la varietà stilistica che caratterizzava l’intero CD, contraddistinto da un’alternanza tra sonorità ruvide e momenti più leggeri, un amalgama ben strutturata che riverberava su vari livelli dell’album stesso.

Devo ammettere che il primo impatto con questo album è stato alquanto sconfortante. Le prime quattro tracce, infatti, sono decisamente simili a quanto già ascoltato nel debutto; pur essendo belle cariche ed energetiche, scorrono senza particolari scossoni, figlie di uno stile già consolidato e ben rodato che, però, risulta fin troppo omogeneo e “già sentito”. È dalla ballata “Diluvio”, però, che la musica cambia, e non solo in modo figurato. Senza troppi complimenti, i nostri calano nuovamente la carta del pluristilismo: se, per quanto riguarda i testi, anche questa volta si sono divertiti ad alternare italiano e inglese, è dal punto di vista della forma che la seconda parte del CD riesce davvero a stupire. Da un lato, abbiamo il pulsante groove di “Squass” e i riff massicci di “Steam Over The Mountain”, i quali ci mostrano che la band non ha perso la voglia di osare, dall’altro, l’ascolto di “Eremita” ci permette di capire che, anche quando si muovono all’interno di confini ben riconoscibili, questi ragazzi sono in grado di mischiare gli elementi base a loro disposizione per tirarne fuori un prodotto originale.

Dal punto di vista della qualità audio, “Songs From The Earth” risulta piuttosto equilibrato. È evidente che il prodotto finale è stato levigato con cura per evitare che i diversi timbri cozzassero nelle orecchie degli ascoltatori; l’effetto finale è più che soddisfacente e permette, ad esempio, una funambolica coesistenza tra arpa e growl, senza che uno venga sopraffatto dall’altro.

Cinque anni…cinque anni sempre on the road, macinando chilometri e note a fianco dei grandi nomi della scena folk metal, continuando a dispetto delle difficoltà, salutando chi se ne andava e dando il benvenuto a chi faceva il suo ingresso nella band, portando con sé il proprio bagaglio di esperienze e di idee. Sicuramente, il lungo processo di gestazione che ha preceduto la genesi di questo album è un riflesso delle avversità, piccole e grandi, che il combo lombardo si è trovato ad affrontare. I Furor Gallico, però, hanno deciso di non fermarsi e di continuare lungo la propria strada; il disco che abbiamo tra le mani ne è la dimostrazione. Sebbene in alcuni momenti sia un po’ zoppicante e non riesca sempre a esprimere al massimo le potenzialità del gruppo, ascoltando questo CD non possiamo che confermare che questi ragazzi siano una delle realtà più interessanti nella scena folk metal del nostro paese. Grazie al loro stile ben delineato, sono in grado di proporre una visione personalissima e originale del genere, un aspetto certamente da non sottovalutare; inoltre, posseggono le capacità tecniche necessarie per dare corpo in maniera efficace alle proprie idee. Pur senza risultare un grande salto di qualità rispetto al suo predecessore, “Songs From The Earth” è decisamente un buon disco, consigliato a quanti hanno avuto modo di apprezzare l’omonimo debutto della band e a quelli che non disdegnano di ascoltare un po’ di folk metal fuori dagli schemi.

Damiano “kewlar” Fiamin

 
75