Recensione: Sorrow And Skin

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«... perch’io partì così giunte persone,
partito porto il mio cerebro lasso,
dal suo principio ch’è in questo troncone,
così s’osserva in me lo contrapasso»
.
 

Questi versi sono estrapolati dal canto XVIII dell’Inferno, Dante incontra nel cerchio dei seminatori di discordie il trovatore Bertran de Born che in vita mise l’uno contro l’altro il re Enrico II e il figlio Enrico il giovane separandoli, ed ora è costretto per la regola del contrappasso a condurre il capo mozzo in mano «a guisa di lanterna».

Questa prolusione, mi ricollega direttamente agli Scalpel band del Massachusets, parafrasandone la traduzione italiana ‘bisturi’, arnese utilizzato appunto nella chirurgia con lo scopo di dividere, separare, tagliare, scindere. Il quartetto a stelle e strisce dopo il demo “Human Slaw” del 2008 e l’EP “Common Threads” del 2010 è giunto al suo primo full-length, “Sorrow And Skin”.

Possiamo dire che la squadra d’abili chirurghi, smembra, anatomizza, ricompone tegumenti musicali, proponendo un lavoro che richiama non solo l’old school (come mostra anche l’artwork del disco peculiarmente retrò), sound asfissiante di marca Suffocation, trame Carcass e Death, blast-beats in alcuni casi vagamente Cryptopsy (come nelle due tracce “Gutmulch” e “The Woodsman”), scambi urlati alla Deicide da me ribattezzati in termini provenzali ‘truci sirventesi’ per il botta e risposta infernale e bellicoso che viene a crearsi, ma anche antesignani dell’ultimo decennio quali ad esempio Deeds Of Flesh e Decapitated.

“Sorrow And Skin” urla il dolore primigenio, immediato, bestiale, quello che scalfisce l’epidermide, e come l’uomo che mima la serpe e rinasce dal dolore cambiando pelle, così gli Scalpel la mutano durante tutta la durata del disco all’insegna della varietà, della molteplicità, del ricrearsi. Il riffing risulta così, intricato, tendente al claustrofobico, intarsiato di dissonanze ricercate ma senza esagerazione, con aperture al melodico come nella traccia omonima del disco insaporita di un certo retrogusto swedish. Il drumming propone appetitosi cambi di tempo in linea con la lezione del metallo della morte e qua e là intrusioni di basso essenziali arricchiscono il sound capitanato da un growl aggressivo e brutale.

Sembra di sentirsi come animali in rete, dimenandosi per trovare uno strappo solo per farci passare la testa e respirare. Il resto del corpo resta attorcigliato, intrappolato. Una nota positiva è a mio avviso proprio questa, la creazione di un ambiente ove l’ascoltatore possa vagare, immergersi, astrarsi dal circostante, cosa che non molte band fanno, privilegiando spesso lo sfoggio ultra-tecnico e la ricercatezza posticcia.

Il disco è ben architettato e un po’ per tutti gli amanti del death che troveranno in esso molteplici suggestioni ed elementi ben rielaborati.Per una fruizione soddisfacente però c’è bisogno di svariati ascolti, così come d’altronde è lunga e graduale, l’elaborazione del dolore umano.

Fabrizio Meo
 

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