Recensione: Soulfire

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Che giudizio dare a un album come questo?

Immaginando di doverlo valutare sotto il profilo della pura originalità (alla maniera di svariati siti di critica musicale sparsi per l’internèt) il voto non sarebbe particolarmente elevato.

In Soulfire dei Tug Of War, ennesimo progetto dell’infaticabile Tommy Denander, di soluzioni sonore, vocali e ritmiche inedite non ve n’è manco l’ombra ed è viceversa possibile rintracciare una gran quantità di stilemi pescati in oltre trent'anni di tradizione Adult Oriented e Hard Rock.

Eppure.

Sarà che la voce profonda ed armoniosa del cantante canadese BK Morrison buca letteralmente le casse dello stereo per venire ad avvolgerci con il suo savoir faire Coverdale-iano. O magari sarà il guitar work scintillante di Denander, certamente ben ancorato ai generi summenzionati quanto in grado di rivisitarli aggiungendo echi funky e una certa qual vena progressiva (“Bullet With Your Name”, “Confess To Your Demons”).

O ancora la capacità di spaziare tra brani più sbarazzini (“Before i Will Know”, “Fade To Black”, “Full Of Shit”) e solenni power ballad in grado di riproporre il sound dei Whitesnake dell'intramontabile “1987” (“Come Home”, “Have Mercy”, “On The Other Side” e la torrenziale “My Soul Is A Ghost Town”, con Denander in pieno John Sykes-trip).

Fatto sta che chi ama l’hard rock e l’AOR non potrà che sentirsi a casa tra i solchi di “Soulfire”, in barba alla derivatività (oggettiva) del sound e potendo viceversa contare sulla capacità da parte di questo manipolo di grandi musicisti di evocare emozioni ed atmosfere care in modo magistrale.

Mai come in questi casi la scelta risulta soggettiva: il consiglio è di fare un'opportunità a questo "Soulfire" e decidere da che parte stare; noi la nostra scelta l'abbiamo già fatta.

 
75