Recensione: Sound Of White Noise

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Fin dalle origini e lungo tutta la sua evoluzione, l'heavy metal, inteso in senso lato, non fece mai mistero della propria discendenza dall'hard rock geneticamente più portato al progressivo irrobustimento sonoro che vi fosse in circolazione negli anni sessanta e settanta. La decade successiva, gli anni ottanta, coincise con il periodo d'oro di questo genere, nelle sue forme più svariate, dall'heavy classico, al thrash, al death fino all'hair/glam, ma come la storia (e la natura) insegnano, rimanere sulla cresta dell'onda per un tempo indefinito è impresa fuori dalla portata di noi mortali, sicché dopo l'apogeo giunse inesorabile il declino.

Le annate dal 1991 al 1995/1996 furono a dir poco “complicate” per tutto il panorama hard 'n' heavy: tutto ciò che poteva essere definito “classico” o “puro” venne rimesso in discussione, se non addirittura bollato come obsoleto e soppiantato da una serie di nuove tendenze che, nell'ottica di spostare sempre un po' più in là il confine, tendevano ad imbastardire (non per forza nell'accezione negativa del termine) tutto ciò che dettava legge fino a un paio d'anni prima. E senza troppo fidarsi di ciò che si legge sui libri o sui siti web, basta lasciar parlare la musica per comprendere come i primi anni novanta, a prescindere dal gusto personale, sacro e insindacabile, di ognuno, abbiano dato alla luce una serie di lavori che squassarono, a dir poco, il panorama che aveva dettato legge fino ad allora. Erano differenti i suoni, le tematiche e soprattutto l'attitudine di queste nuove realtà, e con esse nacquero (o per meglio dire, uscirono allo scoperto) il grunge e l'alternative rock/metal, il groove e il crossover metal, cui si andarono a sommare mille altri sottogeneri più o meno facilmente catalogabili e a cui spesso venne appiccicata, in maniera peraltro non sempre consapevole, l'etichetta di “post-”.

Come reagirono le band storiche, gli artisti il cui sound era figlio di una evoluzione che durava da più di venti anni senza soluzioni di continuità, una volta catapultati in un simile, nuovo, scenario? Alcuni decisero di rimanere fedeli a se stessi (e di fare la fame, a meno di chiamarsi Iron Maiden, Ac/Dc o Slayer) altri cambiarono target (ma funzionava solo per stelle di prima grandezza come Aerosmith, Bon Jovi e Metallica) e altri ancora mescolarono le carte in tavola (come fecero con alterne fortune, Mötley Crüe, Dokken e Danger Dangeri), nel tentativo di piacere sia ai vecchi fan che a ipotetici nuovi.E ci fu anche chi semplicemente si limitò ad appendere le chitarre, i jeans strappati e i giubbotti borchiati al chiodo.

Gli Anthrax, facevano certamente parte del nutrito novero dei “nobili decaduti” dei ‘Big '80s’ e, reduci dalla pubblicazione del discussoPersistence Of Timee all'indomani dell'abbandono di Joey Belladonna, si ritrovarono di fronte a due problematiche distinte ma inscindibili: la direzione stilistica e contenutistica da intraprendere e l'ingaggio di un cantante che non avrebbe potuto essere essere un semplice rimpiazzo incapace di reggere il confronto con un frontman carismatico e amatissimo come Belladonna.

Il 'classico' stile introdotto dal thrash bay area era in ribasso, e dopo l'uscita di lavori come il cosiddettoBlack Album dei Metallica e il binomio panteresco Cowboys From Hell”/”Vulgar Display of Power, due poli che rappresentavano una sorta di new wave del metal alle porte del nuovo millennio, la scena non poteva più essere la medesima. Per un gruppo storico come gli Anthrax e per di più in concomitanza con un cambio in line up così cruciale, aderire al nuovo, imperante, groove metal o alleggerire il sound (come i Testament del pur validoThe Ritual o i Megadeth diYouthanasia) erano due scelte potenzialmente altrettanto rischiose. Fu così che il quintetto newyorkese optò per una terza via, ingaggiando John Bush, dotatissimo e già affermato cantante dei sottovalutati Armored Saint, e svoltando decisamente in quanto a sonorità ed atmosfere, verso il grunge più debitore dell'heavy metal, mettendo quasi completamente da parte sia il sound speed/mosh/core degli anni ottanta, sia l'attitudine un po' “fracassona” che era uno dei loro marchi di fabbrica. Il risultato fu il superboSound Of White Noise”.

E' sufficiente ascoltare l'iniziale Potter's Field e, soprattutto, la successiva ed eccezionalmente melodicaOnlyper notare il cambio radicale di coordinate: i suoni sono molto più puliti e levigati (la lezione dei 'tallica e di Bob Rock non era di certo stata vana) e risulta fortissima l'impronta degli Alice In Chains, sia nelle atmosfere, sia nello straordinario cantato di John Bush, a tratti fortemente influenzato da quello dell'indimenticato Layne Staley. Una sorta di ibrido grunge/thrash che potrebbe potenzialmente non convincere i fan di più vecchia data, affezionati a capolavori comeSpreading The DiseaseoAmong The Living, eppure chi ha conosciuto ed amato la splendida “Man In The Box, presente sul debutto degli AIC potrà testimoniare, forse, come questo connubio, ovviamente sostenuto dalla giusta e imprescindibile ispirazione in fase di scrittura, poteva risultare fin da quei tempi, decisamente fertile.

Pulizia del suono e abbandono di determinate influenze sono fattori che in ogni caso non implicano composizioni piatte o mosce: gli Anthrax nel 1993 (ma anche più in là) sapevano ancora picchiare duro, come dimostrano l'elettrica e dinamicaRoom For One More, dal riffing robustissimo alla Pantera, e dalle strofe quasi rappate, o la tostaHy Pro Glo”, nella quale riff e ritmiche di stampo thrash/core e cori sbilenchi tipicamente Anthrax di metà anni ottanta, si fondono con le backing vocals malate e dissonanti che hanno fatto la fortuna del gruppo di Jerry Cantrell. Il risultato è ovviamente molto particolare e per questo suscettibile delle più svariate interpretazioni; noi optiamo per una promozione a pieni voti.

Packaged Rebellion trae giovamento da un 'guitar work' più vicino all'hard rock che al thrash metal, in particolare nella fase solistica, oltre che da un altra grande prestazione di John Bush al microfono, mentre “Invisible” presenta uno dei riff più gasanti di tutto l'album e se il refrain è volutamente low profile, la baracca è tenuta in piedi alla grande da chitarre enormi e da una batteria dietro alla quale Charlie Benante si dà un gran daffare.

Con1000 Points Of Hate le atmosfere si fanno ancora più nere e apocalittiche, un po' alla maniera dei Metallica di For Whom The Bell Tolls: l'incipit dà l'impressione di una vera e propria tempesta elettrica in procinto di scatenare tutta la propria violenza, tuttavia si sente la mancanza di un colpo da ‘KO definitivo’, che renda giustizia ad un crescendo di tale intensità emotiva. Di tutt'altra pasta la successivaBlack Lodge, ballata atipica, scritta in collaborazione con il grande Angelo Badalamenti, compositore di colonne sonore per Hollywood e affezionatissimo collaboratore del maestro David Lynch. L'atmosfera è sensualmente torbida, fortemente Twin Peaks-inspired, il cantato di John Bush si fa melodico come mai fino ad ora e anche Scott Ian, Dan Spitz e il resto della band assecondano in maniera del tutto naturale un cambio di registro che porta gli Anthrax più dalle parti dei Testament di Return To Serenity che sulle orme dei Metallica di Nothing Else Matters”.

Dietro all'enigmatico titoloC11H17N2OS2 Na (formula chimica del tiopental sodico, barbiturico utilizzato nell'induzione del coma farmacologico e durante le iniezioni letali), si cela un altro ottimo heavy thrash animato da grandi ritmiche e strabordanti assoli sparati ad alta velocità. La successiva Burst”, in odore di crossover thrash, è probabilmente la composizione meno lineare (e anche meno riuscita) in scaletta: c'è dello sperimentalismo, ma le varie componenti (riffing serratissimo, vocals urlate e assoli schizzati) non sembrano amalgamate alla perfezione. Chiude This Is Not An Exit”, ispirata ai romanzi dell'autore “maledetto” Bret Easton Ellis: una scheggia di grunge/thrash nera come la pece e in grado di tappare senza esitazione la bocca degli scettici grazie a riff devastanti, grande lavoro di basso e batteria, funambolici assoli e vocals esasperate, al limite dell'isteria.

Sound Of White Noise è un lavoro ibrido e come tale destinato a dividere il pubblico: se siete troppo legati agli Anthrax di Among The Living e Spreading The Disease e non riuscite proprio a immaginarli orfani di Joey Belladonna e così pesantemente influenzati da sonorità che non sembravano far parte del loro DNA, forse dovreste tenervi alla larga. Rischiando tuttavia di perdere di vista uno dei più riusciti esempi di thrash evoluto che il mondo del metal ha saputo regalarci negli ultimi venti anni.

Stefano Burini

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Tracce:
01. Potter's Field 05:00
02. Only 04:57
03. Room For One More 04:56
04. Packaged Rebellion 06:16
05. Hy Pro Glo 04:31
06. Invisible 06:10
07. 1000 Points Of Hate 05:01
08. Black Lodge 05:26
09. C11H17N2O2S Na 04:25
10. Burst 03:42
11. This Is Not An Exit 06:49

Durata: 57 minuti ca.

Formazione:
John Bush: Voce
Scott Ian: Chitarra
Dan Spitz: Chitarra
Frank Bello: Basso
Charlie Benante: Batteria

 
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