Recensione: Spiritual Migration

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Gioielli rilucenti di raffinata eleganza che si celano tra le pieghe oscure di terre inaccessibili e lontane.
Distillati di poesia musicale dall’avvincente profondità emotiva.
Scintille di fulgida arte riservata a pochi.

Sono trascorsi quattro anni dall’ineluttabile prova di classe superiore elevata al rango di capolavoro, fornita con il titanico concept “Shin-Ken”, e per questi sei straordinari musicisti provenienti dai Pirenei il meritato – esteso - successo appare ancora oggi un lontano miraggio, confinato entro gli angusti limiti di natali non propriamente rinomati per una band che voglia fare grandissima musica, evoluta, colta, elaborata, elitaria e carismatica.

Essere originari di Andorra, piccolo staterello abbarbicato al confine tra due grandi nazioni come Francia e Spagna.
Non può essere che questo il futile motivo alla base della attuale mancata consacrazione dei Persefone, combo giunto con “Spiritual Migration” al quarto capitolo discografico di una carriera ricamata da opere dall’allucinante qualità artistica, in cui tecnica da stratosfera e ricerca compositiva sopraffina - unite ad un’immediatezza sorprendente per un gruppo dedito al melodic death più complesso e multiforme - rappresentano i capisaldi di una produzione dai valori sensazionali.
Ancora una volta coinvolgenti portabandiera di un genere difficile e carico di innumerevoli sfaccettature, i Persefone si mostrano nuovamente capaci di catturare in un’unica soluzione cuore, anima e mente, componendo un’opera intensa, strutturata e poliedrica, in cui l’irruenza Death si miscela al profilo aristocratico del progressive, arricchendosi di elementi Djent, Avant-Garde e Math per coniugare la tradizione dei primigeni Dark Tranquillity all’incedere magniloquente degli straordinari Textures.

Davvero facile innamorarsi di un album come “Spiritual Migration”, del resto. Una volta avuta la fortuna di entrane in contatto, i settanta minuti di evoluzioni musicali che ne compongono l’essenza divengono un nettare destinato a creare dipendenza: un flusso continuo di note che spaziano dalla descrizione maestosa di paesaggi dall’orizzonte infinito, alla cruda durezza di furibonde rasoiate sanguinarie.
Tutto, eseguito con indicibile naturalezza ed una padronanza di mezzi che è propria dei grandi fuoriclasse.
Classe e violenza, dolcezza ed intransigenza: un dualismo solo all’apparenza in conflitto che nell’esemplificazione metaforica dell’eterno contrapporsi tra bene e male, si incanala in brani compositi carichi di significato, ammantati da un profilo musicale estremamente comunicativo e da testi al limite del filosofico, in cui le parole “Anima”, “Cuore”, “Terra” ed “Universo” costituiscono una sorta di filo conduttore concettuale.
Dalla partenza, affidata alla solenne intro “Flying Sea Dragons”, sino alla conclusiva e decadente Outro strumentale, il viaggio si mostra ricco di immagini ed emozioni, costellato da figure oniriche  e terrificanti assalti sonori.
Mediamente lunghi, i pezzi che compongono “Spiritual Migration” alternano con costanza l’irruenza del death progressivo - sottolineato dallo scream/growl del singer Marc Martins - con sognanti aperture in cui i tempi si fanno dilatati ed i suoni profondi e penetranti, ed in cui le vocals divengono pulite ed evocative.
La grandezza e la magnificenza di episodi quali “The Great Reality”, “Upward Explosion” e “Inner Fullness”, sono il sontuoso contorno di perle scintillanti come “The Majestic Of Gaia” e “Counsciousness”, gigantesca suite divisa in due movimenti distinti che dichiara nel dettaglio tutto quanto di eccellente, raffinato, evoluto e fascinoso va a condensarsi nella musica dei Persefone.
Una rincorsa infinita di situazioni agro-dolci, che si esaltano proprio nella contrapposizione tra ambientazioni antitetiche, ottenendo l’effetto di garantire all’ascoltatore il viatico per un lungo viaggio in cui poter, talvolta, sognare ad occhi aperti.

È davvero anomalo rintracciare una band del talento stellare dei Persefone ancora confinata ad incidere per una piccola – seppur dignitosissima - indie label radicata nel profondo nord Europa, piuttosto che per uno dei colossi del settore.
I complimenti a Vici Solum, etichetta che ha saputo riconoscerne il valore, sono in ogni caso dovuti e meritatissimi.

Ciò non evita tuttavia, il continuo reiterarsi di una domanda assillante.
Quando le grandi case discografiche si accorgeranno di loro? E quando, i Persefone, vedranno finalmente riconosciuta, per quanto merita, la loro sconfinata bravura?
 

 

 
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