Recensione: Square One

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Quando ho saputo che due vecchie tigri di Pan Tang avevano unito le forze per tornare discograficamente con una collaborazione, lo confesso, ho avuto la pelle d'oca. La sola idea di riavere John Deverill dietro ad un microfono, con tutto quello che la sua voce ha rappresentato per i (migliori) Tygers Of Pan Tang, era irresistibile. Per quanto mi riguarda, il felino gallese è assiso con David Coverdale e Paul Rodgers su di un ideale podio delle più influenti ugole rock della mia vita (giudizio del tutto personale e soggettivo, nessuno se ne abbia a male se non cito divinità come Plant, Gillan, etc). Per altro, continuo a ritenere gli album dei Tygers con Deverill (e senza Robb Weir) di gran lunga preferibili a quelli successivi di Weir (senza Deverill). Vero, le sonorità più autentiche, incisive e genuine della band risiedono nei primissimi album degli anni '80, già "The Cage" fece storcere diverse bocche (quella di Weir in primis, che infatti se ne andò); Deverill continuò sulla strada di un metal rock sempre più morbido e radiofonico, fino all'epilogo con "Burning In The Shade" ('87), che personalmente reputo un disco molto gradevole, sebbene assai lontano dal vigore di cavalcate come "Gangland" o "Never Satisfied".


Questo "Square One" riparte un po' da dove "Burning In The Shade" aveva lasciato, pur con molti "se" e molti "ma" a frapporsi tra i 31 anni che separano i due album. Il singolo presentato come apripista per buttare in pasto all'audience le sonorità del nuovo disco, ovvero la titletrack, è probabilmente (e non a caso) la traccia più prossima alle atmosfere di "Burning", nonché uno dei migliori brani del lotto, a mio avviso. Almeno per il sottoscritto, le premesse c'erano tutte insomma; ebbene, la delusione è stata cocente. Deverill - è fisiologico - non può certo essere tale e quale a 30 e passa anni fa, tuttavia la sua firma su questi solchi rimane la cosa migliore di "Square One", ancora qualche brivido arriva. Purser, tutt'oggi produttore dei Tygers Of Pan Tang di Weir (e del nostro Jacopo Meille), graffia invece pochissimo, sia come polistrumentista (chitarra, basso e tastiere) che come producer (che poi è il suo ruolo principale da diversi anni a questa parte, sotto le sue grinfie sono passati i Vendetta, gli Skyclad, i Blitzkrieg, i Battleaxe e molti altri). La line-up si completa col batterista Jeff Armstrong (percussore dei Lies Of Smiles, tre album all'attivo), del quale francamente ho fortemente dubitato. I casi sono due, o Armstrong è uno dei drummer meno fantasiosi che io abbia mai sentito, oppure Armstrong è il nickname che Purser ha affibbiato alla drum machine che è stata usata per incidere l'album. La povertà dei "cannoni" è uno dei difetti principali di "Square One". Tolta la voce di Deverill e qualche buon ritornello (pochi eh...) stupisce come le architetture dell'album siano così vuote, spoglie; dimesse; non c'è quasi niente dentro le canzoni, i suoni sono anemici, blandi, inconsistenti, gli strumenti risultano timidi ed annacquati. Non mi riferisco all'aggressività ma proprio alla sostanza, la polpa. Né il songwriting giunge in soccorso dove la Produzione e la creatività ritmica fallano.


"Square One" apre l'album un po' a tradimento, facendo presagire una scaletta magari non all'insegna dell'originalità ma perlomeno della buona musica; nell'arco delle 9 tracce successive invece ce ne sono solo un altro paio da sufficienza piena (e sostanzialmente grazie al chorus indovinato), ovvero "Hypnotise" e "Darkest Cloud". Spiace dirlo ma per il resto ci si muove nella nebbia, nell'anonimato assoluto, se non fosse che i due nomi in copertina invece un po' di storia del rock britannico l'hanno fatta eccome. "Captured In Freefall" è caruccia, senza far gridare al miracolo, poi davvero si può chiudere bottega senza il rimpianto di essersi persi alcunché. Ripeto, non sono affatto tra quelli che si aspettavano un novello "Crazy Nights", "Burning In The Shade" mi andava benissimo come pietra di paragone, come trampolino dal quale tuffarsi, e sarebbe stata la prosecuzione più logica e coerente da parte di questi due musicisti (per di più 30 anni dopo), ma "Square One" non arriva nemmeno al livello di "Burning...", inciampa molto prima, lasciando inevitabilmente l'amaro in bocca. In sede di promozione, sono volati paragoni con Yes e Pink Floyd, cosa che in tutta onestà mi ha quasi scioccato; ad esagerare si potrebbero citare forse Styx e Survivor, ma sia chiaro che siamo infinitamente lontani da quel tasso qualitativo di splendore e luccicanza. Mi dispiace, "Square One" non è stato in grado di esercitare alcun tipo di magnetismo su di me e credo che fossi più che ben disposto nei confronti di un qualsiasi album recante in formazione John Deverill. Se questo project non intendeva proporsi come one shot estemporaneo, bensì come il primo tassello di una nuova e prolifica carriera, aspetterò pazientemente il secondo capitolo, augurandomi che molto possa cambiare rispetto al flebile ed emaciato incipit.


Marco Tripodi

 
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