Recensione: Stand Up, Forward, March!

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Parola d’ordine: divertimento!

Potrà sembrare un’ intro banale e certamente abusata, soprattutto nell’ambito dell’hard rock stradaiolo vecchia maniera; d’altro canto, per un qualsiasi cultore di quelle sonorità e di quell’immaginario, l’ascolto di un album come “Stand Up, Forward, March!” degli svedesi Sister, non potrà che suscitare sensazione positive. La band svedese propone infatti un sapiente mix di hard ‘n’ sleaze fortemente ancorato agli stilemi resi celebri da band come Guns N’ Roses e Mötley Crüe una trentina d’anni or sono, senza lasciare da parte tutta una serie di suggestioni riconducibili all’horror/schock rock di Alice Cooper e Twisted Sister

Come avrete intuito ed esattamente come fu per i predecessori, non è l’originalità il leit motiv da ricercare tra i solchi dell’ultimo nato di casa Sister, visto il sostanziale debito d’ispirazione nei confronti dei mostri sacri del genere; nel contempo in quanto a tiro, cattiveria e capacità di mettere insieme canzoni rockeggianti e graffianti quanto nel contempo orecchiabili, gli svedesi dimostrano di sapere il fatto loro. Gran parte del merito va all’ugola al vetriolo di Jamie Anderson, tanto sgraziata quanto efficace sia nei frangenti più tirati (come la Guns ’N Roses-iana “Carved In Stone”) sia nei pezzi più lugubri (“Lost In Line” e la doomy “Let It Bleed”) o nelle decadenti semiballate (“Carry On”). Il tutto senza nulla togliere, ovviamente, al buonissimo lavoro di Tim Tweak alle chitarre e al meno appariscente ma egualmente robusto contributo della sezione ritmica composta da Martin Sweet e Cari Crow.

Tra i pezzi meglio riusciti e più piacevoli da ascoltare vale inoltre la pena citare “Unbeliever” e “Liberation Song” – decisamente Mötley Crüe - oriented ma va detto che è tutto l’album per senza mai realmente eccellere si fa ascoltare con trasporto e soddisfazione dall’inizio alla fine.

Il loro territorio è con tutta probabilità quello live ma i Sister pur non proponendo nulla di realmente nuovo o personale dimostrano di conoscere la materia e riescono nel non banale intento di produrre un album scorrevole e in grado di regalare quaranta minuti di sano divertimento, un buon gradino al di sopra del non troppo riuscito predecessore “Disguised Vultures”.

Stefano Burini

 

 
70