Recensione: Steel Alive

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Esattamente tredici anni fa, all’interno delle nobili colonne della rivista Metal Maniac, mi occupai personalmente di raccontare l’epopea dell’Acciaio Italiano, attraverso i primi due lustri della sua esistenza, in quattro puntate uscite in altrettanti numeri del glorioso magazine. Oltre agli altri, imprescindibili gruppi, un posto d’onore se lo ricavarono anche i Crying Steel da Bologna (qui intervista del  2016 a Franco Nipoti), portatori sani di heavy fucking metal sin dal lontano 1982.

La leggenda riporta una manciata di demo intervallati dall’uscita ufficiale di due prodotti in quei memorabili anni Ottanta da parte dei felsinei. Più precisamente un Ep contenente cinque tracce risalente al 1985 e il debutto su full length di due anni dopo. On the Prowl, questo il titolo dell’album ben rappresentato della belva nera imprigionata fra le cosce di una avvenente ragazza mora che segnò il debutto sul quel nuovo supporto che era costituito dal Cd, idealmente da parte dell’HM tricolore tutto.    

Pleonastico ricordare che da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e non solo lungo le rive del Reno e del Savena. Inevitabile quindi che le quotazioni dei due lavori salissero e la reperibilità di entrambi i vinili divenisse difficoltosa, soprattutto nel caso del debutto. La storia narra che dopo On the Prowl e successivamente ad una reunion la band sfornasse altri tre prodotti, di alto livello: The Steel is Back! del 2007, Time Stand Steel del 2013 e Stay Steel del 2018.

Ma torniamo agli anni Ottanta per poi rimbalzare magicamente ai giorni nostri. E’ da qualche settimana disponibile l’uscita di un doppio Cd griffato Jolly Roger Records contenente un dischetto ottico intitolato CD 1 Remastered comprensivo dell’Ep del 1985 e di On the Prowl del 1987, entrambi in versione completamente rimasterizzata, per l’appunto. Nel secondo alloggiamento vi è spazio per il CD 2 Live, ove tutti i pezzi dei lavori sopraccitati vengono riproposti in maniera inedita in veste alive dall’attuale formazione degli ‘Steeler catturati attingendo dal loro concerto del trentennale, svoltosi al Locomotiv di Bologna il 27 febbraio 2016, anno nel quale già uscì una mia disamina sovrapponibile a questa.

Per quanto afferente l’Ep omonimo, qui di seguito quanto scritto a livello di recensione nel lontano febbraio 1985 da Beppe Riva sulle pagine della mitica rivista Rockerilla numero 54.

Ciò che differenzia Crying Steel dalla gran parte delle heavy bands italiane si può riassumere in tre parole: BIG-GUITAR-SOUND. Chiariamo meglio: Simonini e Co. sanno riprodurre, sia in concerto che in studio, un affilato taglio metallico che è basilare ai fini del moderno Heavy Metal, come insegnano i riffs lama-di-rasoio dei Judas Priest. Al di là dell'incompetenza dei tecnici del suono, non è facile ascoltare in Italia rock duro dalle tendenze così attuali e professionali, così ben inserito nella tradizione del «genere».

Occorre riconoscere a questi bolognesi la padronanza di un impianto strettamente H.M., con in più ottime scelte sotto il profilo melodico. «Thundergods» è stato certamente un classico dell'Italian Way of Heavy Metal: se dubitate rivolgetevi a chi all'estero ha ascoltato H.M. Eruption» (la prima compilation di HM italiano) ed è certamente al di sopra delle parti. La maggioranza risponderà a favore dei Crying Steel. Inoltre, una tra le più diffuse fanzines italiane li ha proclamati «miglior H.M. band» della penisola. Altra nota distintiva: la voce dagli acuti potenzialmente più aggressivi d'Italia.

Sia chiaro, altri cantanti possono eccellere in diverse «specialità», comunque converrete che  Crying Steel, con i suoi solisti d'assalto, sorretti da una calibrata base ritmica, ha le carte in regola per imporsi, è insomma una «vera» band, una formazione completa e senza lacune.

Che il Metallo «urli» davvero lo dimostra il mini-LP d'esordio su Metal Eye, co-prodotto insieme al gruppo dallo psychedelic warlord Claudio Sorge; come si ponga questa release nella scala di valori della produzione italiana lo valuterà il fruitore competente: senza dubbio in un gradino molto alto.

II disco è un mausoleo hard'n'heavy dalla struttura diversificata e dall'impatto frontale costante: un autentico killer, delizia per headbangers ma altrettanto ammirabile per i cultori dell'high energy rock di pregevole fattura.          

I breaks solistici (puntualmente specificati dalle note di copertina) dei due chitarristi Franco Nipoti e Alberto Simonini sono tutt'altro che stanche ripetizioni dei modelli stranieri, e nella loro concitata espressività riescono davvero a ferire emozionalmente. Alberto merita una particolare menzione per la sua fresca vena compositiva, poiché tutti i cinque brani presenti, dall'accanita (ma di classe) «Ivory Stages» alla conclusiva «Runnin’ Like a Wolf» hanno un quid di tensione in più che nel metalrama distingue le bands di talento dalla massa indistinta degli anonimi. Finora si è accostato sin troppo il nome della band di Bologna a quello, pur valoroso, di Judas Priest. Questo disco è una prova di maturità che non necessita più del paragone con celebri maestri per mostrare a tutti le sue innegabili qualità.

 

Dopo Runnin’ Like a Wolf è la volta del primo pezzo di On the Prowl del 1987. Come da Metal Maniac del 2006:

i Crying Steel nascono a Bologna nel 1982, inizialmente sotto il moniker di Wurdalak. Dopo il primo demo vengono notati da Beppe Riva di Rockerilla che li inserisce nella compilation ‘HM Eruption’ dell’83. Successivamente all’uscita dell’Ep omonimo avvenuta nel 1985, nell’87 è la volta di On the Prowl: il coronamento vinilico a 33 giri di una band all’epoca reduce da concerti di spalla a Motorhead e Twisted Sister. Quando il disco con la bella e la bestia in copertina vede la luce, taluna intellighenzia metallara lo battezza come il migliore disco di heavy metal uscito fino a quel momento in Italia. Come si diceva sopra di certo è il primo che, oltre al solito vinile, viene stampato anche in Cd, quantomeno per le uscite di heavy metal classico (nel reparto estremo fu ‘IX’ dei Bulldozer). La resa sonora su dischetto ottico, a noi che eravamo abituati a sciropparci gli album delle HM band tricolori il più delle volte con delle produzioni di serie B sul classico supporto in plasticona nero, possiede un effetto fra il devastante e il fantascientifico: brani killer come Thundergods (nella top five di quanto di più violento realizzato sino a quel momento all’interno dei canoni da parte di band nostrane) e ‘No One’s Crying’, alternati a episodi più soft come ‘Shining’ e ‘Alone Again’, permettono di esplorare per la prima volta tutto lo spettro musicale da parte di un combo nostrano. On the Prowl fa il verso vicendevolmente al british steel più massiccio (Saxon/Jaguar/Mythra/Judas Priest) e al metallo made in Usa di classe (Dokken, White Lion). In particolare il cantante Luca Bonzagni – l’uomo dal cognome più bistrattato dalla critica scribacchina nazionale! - si dimostra uno dei pochissimi interpreti dietro al microfono che non teme nessun tipo di paragone con il 95% della gente in circolazione oltre frontiera. Il suo stile, particolarissimo e stupendamente personale, ha sempre permesso ai bolognesi di essere riconosciuti al volo, particolare da non sottovalutare in un mercato, soprattutto italiano, dove molte band tendevano ad assomigliarsi, proprio per i limiti palesati nel cantato. Altro elemento di spicco dei felsinei è Alberto Simonini, autentico personaggio cardine della NWOIHM nonché chitarrista dal feeling invidiabile (chiedere al buon Steve Sylvester quando lo ebbe in formazione nei Death SS per raddoppiare l’altra ascia Paul Chain in occasione di un concerto memorabile a Firenze!). Il binomio Simonini/Bonzagni, insieme agli altri fedelissimi pard (Nipoti/Ferri/Franchini) consegna alla storia un album di puro HM cromato che viene annoverato fra i migliori in assoluto del decennio italico ‘80-‘90. Oltre ai pezzi citati in apertura di recensione, non mancano ammiccamenti all’ala dura di un certo progressive (‘Struggling Along’ e ‘Changing The Direction’) ma è proprio tutto il lavoro che scorre piacevolmente dall’inizio alla fine.

Dopo una sana ed abbondante dose di immortale HM anni Ottanta incardinata nel primo Cd – il booklet allegato fornisce i testi di tutti i brani più svariate foto della band oltre alle note tecniche del caso - è la volta di sturarsi ulteriormente i padiglioni auricolari affrontando il secondo dischetto ottico del lotto.

CD 2 Live è la trasposizione della “botta” di cui sopra sulle assi di un palco, sebbene con la sequenza dei pezzi differente, messa in atto dalla formazione attuale dei Crying Steel che, oltre agli originari e onnipresenti Ferri, Nipoti e Franchini, schiera Alessandro  Sonato alla voce e JJ Frati alla seconda ascia. Special guest, Sandra Vitello alle tastiere. Luca Bonzagni era e rimarrà per sempre una fra le migliori ugole del Nostro Paese, con un posto fisso sul podio dei cantanti di genere legati all’epopea dell’heavy metal tricolore degli anni Ottanta. Onore quindi a “Ramon”, così come a quelli che lungo gli anni lo hanno preceduto dietro il microfono degli ‘Steeler, per aver raccolto cotanta sfida…         

Steel Alive è coacervo di suoni possenti che conferiscono ulteriore linfa a pezzi che hanno segnato la storia, quella con la “S” maiuscola, dell’Acciaio Italiano, che passa NECESSARIAMENTE per questi solchi.

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

CRYING STEEL   STEEL ALIVE III

 

 

 
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