Recensione: Steelcrusher

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Vincitori nel 2011 della Wacken Metal Battle, gli Hammercult, band proveniente da Israele, si presentano sul mercato con il secondo studio album, "Steelcrusher". Il quintetto è autore di un classico thrash metal scuola tedesca, molto affine a quanto introdotto nel filone teutonic thrash dai Kreator.
L'aspetto compositivo così strutturato viene poi arricchito da abbondanti dosi di melodia che lo rendono un prodotto appetibile ai fruitori del thrash metal moderno. Un thrash metal che, da tempo ormai, risulta contaminato dalla scena metalcore in quanto adotta soluzioni più catchy rispetto al malefico sound proposto in passato. Tredici brani comunque lontani dal concetto di thrash metal introdotto dai Machine Head o dagli Exodus, veri innovatori del genere 'modernizzato'. I Nostri riescono quindi a porsi come un'interessante proposta, pure di una certa esclusività, ma senza trasmettere quella maturità che sembra ancora a loro lontana e che garantirebbe il salto di qualità tra i 'grandi' nonché tra i più bravi.
I pezzi qui prodotti combinano con discreta perizia compositiva l'approccio caustico della ferocia tipica di chi è veramente incazzato con dei passaggi melodici che raffinano il tutto riportando anche alla mente una certa visione scandinava tipica dello swedish death. Punto debole è che questo 'tutto' appare una salsa agrodolce senza la dovuta esplosione del piccante, quel piccante che una sana dose di groove avrebbe garantito al platter inserito nel lettore o sul giradischi (la band ha pure previsto una versione doppio LP per il prodotto in questione).
Tecnicamente la band ci sa fare e sembra avere il giusto piglio attitudinale per coinvolgere gli appassionati, a nostro parere, sopratutto in sede live dato lo slancio dinamico che spinge la sezione ritmica. Belle le sezioni soliste, peculiarità raramente riscontrabile in band provenienti dall'underground. Il cantato non attrae. La prestazione di Yakir Shochat è la solita grattata delle corde vocali, spesso monotona e priva di violenza ovvero rappresenta il trito e ritrito stratagemma per mascherare l'incapacità espressiva alla microfono. Super invece i cori sui ritornelli, vero punto di forza dell'aspetto vocale degli Hammercult. La produzione, infine, sembra adatta a rappresentare il graffiante approccio thrashy del quintetto. Ordinario. Nulla di meno, nulla di più.

Nicola Furlan

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