Recensione: Stories of a War Long Forgotten

Di Stefano Usardi - 6 Novembre 2018 - 10:00
Stories of a War Long Forgotten
Band: Hopelezz
Etichetta:
Genere: Alternative Metal 
Anno: 2018
Nazione:
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70

Terzo album per la compagine alemanna degli Hopelezz, che con questo “Stories of a War Long Forgotten” celebra la prima decade di attività. Il genere dei nostri è il cosiddetto modern metal, riassumibile in questo caso come un ibrido tra un metalcore piuttosto incattivito – genere a me non particolarmente congeniale ma che ammetto che, quando fatto bene, può regalare la giusta dose di esaltazione – e pesanti iniezioni thrash con, qua e là, qualche spruzzatina di death melodico. “Stories of a War Long Forgotten” è il primo concept album del gruppo e narra di una guerra scatenata per punire il genere umano dei suoi peccati in cui, in soldoni, tutti picchiano tutti. Questa impalcatura tematica consente al gruppo di guadagnare solidità e coerenza interna, armonizzando le varie tracce tra loro e rendendo il risultato complessivo molto omogeneo, oscuro e combattivo. Musicalmente parlando tutti i diktat del genere vengono rispettati, quindi aspettatevi riff compressi e piuttosto aggressivi su cui si adagia una voce sporca e graffiante, ritornelli melodici e di facile presa sui quali la stessa voce spicca il volo con aperture pulite e accattivanti e una batteria martellante ma non troppo vorticosa per non spaventare nessuno; il lavoro delle chitarre si mantiene su buoni livelli, affiancando frustate furibonde a parti melodiche assai evocative e fraseggi non privi di una certa dose di epicità, mentre la sezione ritmica nel suo insieme ricama il giusto, donando profondità al tutto senza strafare e pompando con i suoi stop & go la giusta tamarraggine sonora; chiude il cerchio la voce di Adrian, che mi è piaciuta molto di più nei frangenti puliti che non nelle harsh vocals, in cui ogni tanto, forse anche per qualche scelta di produzione, sembra impastarsi troppo perdendo di intelligibilità (si veda ad esempio la comunque molto bella “War Against War”).

L’inizio è tranquillo: “Ich bin Krieg” (cantata interamente in lingua tedesca, così come la conclusiva “Vom Letzten Tag”) parte con un arpeggio malinconico e una voce disillusa. La rabbia esplode dopo un minuto abbondante, trasformando la traccia in una sorta di overture scandita e discretamente graffiante che apre la strada alla già citata “War Against War”, che dopo una bella  partenza spinta si assesta su ritmi meno sparati ma comunque arrembanti. L’arrivo del notevole ritornello, melodico e dotato di un bel retrogusto epico, smorza l’aggressività del brano, mentre la pausa nella seconda metà, durante la quale si avverte distintamente il profumo dei Metallica di “Fight Fire with Fire”, apre a un intermezzo più votato alla ricerca di groove prima del finale. “The Beast” parte con cipiglio melo-death, dispensando poi tempi stoppati e aprendosi a melodie molto americane durante il ritornello, che spezzano un po’ la tensione rendendo la traccia più accattivante e meno furibonda. “The Only Way” sembra, fin dall’inizio, cercare una via più distesa per raggiungere lo scopo, dedicandosi a una costante ricerca di melodie tese ed irrequiete che sembrano sempre sul punto di esplodere in un vortice di furia. Dico sembrano perché in realtà il brano non spicca mai davvero il volo, nonostante qualche sporadico inserimento più aggressivo e la leggera alzata di tono conclusiva. Si arriva alla title track, dalla partenza aggressiva e in continuo bilico tra ritmi sparati e rallentamenti più groove che, ancora una volta, esplode nella melodia del ritornello. L’intermezzo più delicato a metà della traccia apre a una sezione più carica di pathos, monolitica ed inclemente, che poi viene spazzata via dall’arrivo del finale. “Let Their Cities Burn” mescola rabbia e melodia per tutta la sua lunghezza, saltellando tra umori diversi con un incedere ancora molto americano – soprattutto nel rallentamento che ne inaugura la seconda parte – mentre “Through Hell” cambia del tutto prospettiva, tornando alle atmosfere a loro modo desolate e malinconiche di “Ich Bin Krieg”. Anche qui l’incattivimento del suono trasforma la traccia in una sorta di power ballad disperata che guadagna pathos col procedere del minutaggio, bilanciando per la verità abbastanza bene (anche se in modo fin troppo canonico) le scelte melodiche con una base comunque robusta. Si torna a picchiare con “What You Deserve”, che nel bene e nel male torna a riproporre quanto già sentito nella title track e in “The Beast”; decisamente non male la seconda parte, introdotta da una sezione solista molto bella, sentita e con la giusta dose di ruffianeria, che cede il passo al finale e alla successiva “A Prayer for Better Days”. Qui, ad un inizio arrembante fa seguito uno sviluppo più scandito, in cui i nostri proseguono col loro percorso fatto di riff accattivanti e voci ruvide a cui si accompagnano aperture melodiche e pause ricche di pathos, confezionando una traccia bilanciata e dal giusto tiro. Si arriva così al riff tamarro di “This Must Not Be the End”, in cui gli Hopelezz si divertono a giocherellare con profumi diversi, accostando un incedere ammiccante durante le parti melodiche a sfuriate dal persistente retrogusto di death melodico; nonostante un risultato tutt’altro che malvagio, però, non sono riuscito ad apprezzare fino in fondo il pezzo, forse un po’ troppo formale e poco omogeneo nel suo passare da un umore all’altro. Sulla cover di “Holding Out for a Hero”, versione energizzata ma, per quanto ben eseguita, piuttosto trascurabile del classicone di Bonnie Tyler, preferisco non pronunciarmi e passare direttamente alla traccia conclusiva, “Vom Letzten Tag”, assai più interessante per via del suo incedere vorticoso e furente. Poche, pochissime concessioni alle melodie di facile presa che abbiamo ascoltato durante il resto dell’album, ma una traccia grintosa e robusta che si mantiene tesa per tutta la sua durata, azzardando nell’ultima parte una chiusura dal sapore solenne e chiudendo questo “Stories of a War Long Forgotten” con un bel colpo di coda che, se fosse stato sfruttato più spesso durante l’album, ne avrebbe alzato la valutazione complessiva. Come già detto non sono un grande amante di questo genere, a mio avviso troppo ruffiano e costruito, cionondimeno non posso lamentarmi del risultato finale ottenuto da questi ragazzi che, aldilà dei miei gusti personali, hanno comunque confezionato un album grintoso, accattivante e ben eseguito.

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