Recensione: Stripped To The Bone

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I teutonici Eat The Gun si preparano a salutare questo 2013, ormai quasi al termine, dando alle stampe la quarta fatica in studio intitolata “Stripped To The Bone”, album pubblicato sotto l’ala protettrice di Steamhammer Records ed anticipato dal singolo “Loner”.
Forte di uno stile compositivo semplice e diretto, questo trio germanico, mette a segno un disco ficcante che sicuramente non lascerà interdetti i fan dell’Hard Rock ruvido e sanguigno, impreziosito inoltre da una produzione asciutta e moderna, perfettamente in grado di esaltarne la carica esplosiva.

L’adrenalinica opener “At The End Of The Day”, chiarisce subito le idee su quali siano le coordinate musicali che il gruppo intende seguire nel prosieguo dell’opera: il brano si segnala positivamente per l’ottimo operato svolto dalla sei corde del bravo Hendrik Wippermann, che devasta le orecchie del malcapitato con una sequela di ottimi riff taglienti, sorretti dalla presenza di una sezione ritmica affilata che fa da sfondo alle alcoliche melodie orchestrate dallo stesso Wippermann, esaltate in un chorus efficace ed orecchiabile.
La già menzionata “Loner”, segue a ruota la pista del brano precedente, presentando uno schema frenetico e coinvolgente che mescola sonorità classiche che tutto devono alla lezione impartita da mostri sacri come ZZ Top e Kiss, a sprazzi melodici riconducibili ad un Rock più moderno, grazie al quale la band dimostra di essere tanto legata ai classici del passato, quanto alle sonorità più attuali, per un risultato complessivo interessante.

La successiva “Wake Me Up”, pur presentando un songwriting ormai collaudato e forse ripetitivo, è il risultato di questa commistione tra suoni classici ed attuali, ben esplicati in una serie di riff squisitamente old style ed un ritornello dal sapore più moderno , per un nuovo episodio comunque gradevole di questa quarta release.
Gli Eat The Gun paiono in qualche modo intenzionati a seguire le orme degli svedesi Europe laddove incastonano una manciata di brani permeati da un sound ancora una volta attuale che si sublima nelle note della trascinante “Addiction”, contraddistinta nuovamente da un refrain orecchiabile ed energico.
A dispetto del titolo, la successiva “Apocalyptic Blues”, nulla ha a che vedere con il genere musicale menzionato, essendo imperniata ancora una volta su velocità frenetiche e divertenti, come dimostra l’eloquente refrain, che difficilmente non riuscirà a colpire l’attenzione dell’ascoltatore.

Stessa sorte anche per la seguenti “Bad Memories” e “Made Of Stone”, ancora caratterizzate da una struttura semplice e di facilissima assimilazione.
Un Rock più classico domina invece la struttura della bella “Won’t Let You Down”, la quale insieme alla breve e movimentata “Hot Blood” - il cui ritornello ne è carta vincente - e alla conclusiva “Small Dose Of Death” - nella quale il gruppo sembra adagiarsi su velocità maggiormente sostenute - costituisce il trittico conclusivo di un lavoro semplice, di piacevole ascolto e ben realizzato, ma che tuttavia soffre di un songwriting, alla lunga, prevedibile e scontato, per un risultato finale moderatamente suggestivo.

Piacevole ma non fondamentale.

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