Recensione: Subjugate

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Della formazione iniziale è rimasto il solo Gabriel 'Gabbo' Dubko alla voce e al basso ma non pare affatto essersi spento lo spirito guerriero degli Implore. Anzi, a distanza di due anni dal debut-album “Depopulation”, i Nostri giungono sul mercato con un full-length assolutamente incendiario, “Subjugate”.

Rabbia, rabbia e ancora rabbia: è questa, l'emozione permanente e portante del platter, l'anima che lo regge, il furore che lo anima. La durata di trentatré minuti non deve ingannare: esattamente come fu per “Reign in Blood” (1986) degli Slayer, ciò che è stato condensato in una sola mezzora di musica è inversamente proporzionale alla durata della mezzora stessa, quando rapportata ad altre produzioni similari.

Quattordici song nevrotiche, veementi, trascinanti, tirate per i capelli dall'ugola di Dubko, arsa, acida come poche altre in circolazione, accompagnata spesso da cori riottosi e squadrati come gli spigoli dei gradini in marmo.

La bravura dei quattro è degna di menzione, poiché le song corrono via sciolte e fluide. Il che potrebbe essere considerato un paradosso poiché il sound degli Implore è arcigno, duro, difficilissimo da digerire. Un vero incubo, per chi non ama le sonorità estreme. Ma, per chi invece ne è un fan, devastanti sfasci come per esempio 'Disconnected from Ourselves' sono chicche da gustare e... basta.

Basta giacché la musica del quartetto tedesco è del tutto priva di fronzoli e orpelli. Inutile discutere anche di teoria dell'evoluzionismo e/o di spinte progressiste: “Subjugate” è una potente, esplosiva miscela fra death e hardcore. Parecchio hardcore, a essere precisi. Il che non sorprende per il già menzionato accostamento agli Slayer e al, di conseguenza, hardcore americano di metà degli anni ottanta.

Gli Implore non sono però certamente degli sprovveduti per cui  “Subjugate” ha un suono attuale e moderno, tagliato da missaggio come una lama chirurgica. Per fare male, sonoricamente parlando, E male lo fa, con la sequenza di brani spacca-ossa, tesi unicamente a far ballare le budella e a triturare l'apparato uditivo.

Anche se, qua e là ('Patterns to Follow', 'Ecocide') la furia degli elementi si placa un pochino per lasciare lo spazio a istanti più introspettivi, dal mood più articolato, forse inseriti per far risaltare maggiormente i momenti ove, invece, si scatena l'enorme cavalleria della corazzata Implore. Oppure, parti integranti di un disegno più complesso rispetto alla sola violenza che si ascolta nelle terrificanti mazzate sulla schiena che, sempre per citare un esempio, si chiamano 'Technology a Justification for Killing'.

Comunque sia, l'insieme funziona, il sound cattura l'interesse e dona l'idea di un ensemble in palla, ben conscio delle proprie possibilità, perfettamente consapevole di dove voglia arrivare.

E ci arriva.

Daniele “dani66” D’Adamo

 
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