Recensione: Subway To The Stars

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Con il trionfo di Appetite for Destruction iniziò il successo di quello che sarebbe stato chiamato street metal. Rispetto all'imperante glam metal del periodo, i suoni si facevano più sporchi, il look meno colorato, icapelli meno gonfi. A tre decenni di distanza da quel periodo, si è fatto ormai evidente che lo street metal rappresentò il vero e necessario tratto di unione tra i clamorosi anni ottanta e i depressi novanta. Il grunge muoveva gli incerti primi passi in quel di Seattle quando band come Dangerous Toys e Love/Hate cercavano di solcare l'onda vincente, gli L.A. Guns raccoglievano qualche briciola dalla tavola dei cugini vincitori ed ex eroi dell'hair metal come Poison e Warrant si affrettavano a rivedere il proprio suono nella direzione che, in vero, li avrebbe definitivamente consegnati a un passato che parve subito più lontano del vero.
Quando si pensa allo street metal, subito si corre al Sunset Strip di Los Angeles, al Whiskey A Go GO, al Rainbow, o al Gazzarri's: locali che hanno fatto la storia (dissoluta) del genere. Ma dall'altra parte degli Stati Uniti non regnava il silenzio, che anzi proprio gli Spread Eagle contribuirono a spezzare. L'omonimo album della band newyorkese uscì nel 1990, raccogliendo poco a causa non tanto della (buona) qualità del prodotto, quanto della mostruosa concorrenza coeva: in quell'anno, uscirono, tra gli altri, Heartbreak Station dei Cinderella, Flesh & Blood dei Poison e l'omonimo disco degli Steelheart, ma anche un certo Ritual De Lo Habitual (Jane's Addiction) che avrebbe contribuito non poco alla fine della festa street-glam metal.
Dopo un secondo, discreto, disco pubblicato nel 1993, gli Spread Eagle si sciolsero, travolti dall'ondata grunge. Riformatisi nel 2006 con due quarti della formazione originale incarnati nella voce di Ray West e nel basso del fondatore Rob De Luca, giungono a noi oggi con questo nuovo Subway To The Stars, che ricalca filologicamente quanto proposto dai newyorkesi all'inizio degli anni novanta. Suoni grezzi, dunque, e un'attitudine senza fronzolo alcuno, ben resa da una produzione semplice, ma efficace e del tutto confacente ai brani.
Il modello di riferimento principale della band restano gli L.A. Guns, imbastarditi con qualche modernismo, in vero più negli arrangiamenti e nelle melodie che non nei suoni. Ma il solco che separa la band di Cocked & Loaded dagli Spread Eagle non è stretto. A livello di qualità, la scrittura dei brani è mediamente discreta, con qualche picco (Sound Of Speed e Cut Through, quest'ultima notevole) e altrettante scivolate (la confusa More Wolf Than Lamb e la grungy Little Serpentina).
Il disco mostra buoni momenti quando la band schiaccia sull'acceleratore senza dimenticare la melodia, come è il caso in Grand Scam e Antisocial Butterfly, che ci consegnano un suono aggressivo e fresco, che puzza del sudore della sala prove di New York. E se lo spleen di Gutter Rhymes For Valentines ci ricorda che davvero il confine tra il tardo street metal e il grunge è sottile, regalandoci un attimo di nostalgia, Solitaire è una ballad tipicamente da inizio anni novanta, con un Ray West che vorrebbe avere la voce di Eddie Vedder: e non l'ha.
Brava la Frontiers che ha rimesso in carreggiata un altro nome che credevamo consegnato alla serie B della storia del genere. Con Subway To The Stars, gli Spread Eagle dimostrano di avere ancora qualcosa da dire, senza più l'assillo della fine prossima di un'epoca, ma solo con la malcelata malinconia che gli anni hanno portato con sé.

 
70