Recensione: Suffer More

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Si parlava dei Doomsday Outlaw giusto qualche mese fa (era maggio), in occasione del loro nuovo album edito da Frontiers Music ed intitolato “Hard Times”.
Un bel concentrato di hard rock ruvido, scalciante, polveroso, tirato e ferocemente sudista, frutto del lavoro prodotto da questo quintetto del Derbyshire notato dalla sempre encomiabile label partenopea e subito messo sotto contratto.

Proprio nel corso della recensione di “Hard Times” era stato citato il loro secondo album “Suffer More”, datato 2016, all’epoca autoprodotto e, in effetti, poco noto - diremmo pure sconosciuto - presso il pubblico di appassionati.
Il classico disco underground che circola per canali secondari nella speranza di essere notato, forte magari di una grande qualità di fondo, ma stretto in circuiti angusti e circoscritti.

E insomma…
Se però una major come Frontiers se ne accorge, al punto da offrire un deal per le uscite future, un motivo ci deve pur essere. E questa qualità di cui si faceva accenno poc’anzi, un fatto piuttosto conclamato. 
Tanto da giustificarne una ristampa in grande stile, utile nel rimettere le cose proverbialmente “a posto”. Una ristampa o riedizione che dir si voglia, che si inserisce perfettamente nella scia del cd uscito a metà 2018, amplifica e definisce i contorni del progetto permettendo una conoscenza più esaustiva della band britannica, affine per certi versi ad altri compagni d’etichetta – altrettanto gagliardi - come Bigfoot, Dirty Thrills ed Inglorious
Alla quale, per accuratezza, vanno ascritte però pure evidenti influenze che vanno dai Black Label Society ai Cheap Trick sino ai Blackstone Cherry. Insieme alla già citata “anima southern” che schizza fuori impertinente, qua e là, a dispetto di una provenienza che nulla ha a che spartire con il Texas o la Florida… bizzarria dell’universo rock…
Sempre hard rock “bastardo", intransigente, torrido e muscolare, che richiede di essere ascoltato ad alto volume e soddisfa con un tasso energetico paragonabile ad una bella vagonata di vitamine.

Non ci sono grosse differenze quindi: la sostanza rimane la medesima ed il totale che ne deriva pure.
A voler sottilizzare, forse le quindici tracce presenti in questa uscita del 2016 (sebbene un paio siano momenti interlocutori inferiori al minuto) possono risultare un pizzico eccessive nel costruire una tracklist snella e performante come si conviene nella costruzione di un album che deve – per forza di cose – colpire come un pugno ben assestato. Diretto e preciso.

Il ripescaggio di “Suffer More” è, ad ogni modo, un'idea decisamente azzeccata non tanto per la bontà del nome in copertina (quante volte abbiamo assistito alla ristampa di cd che null’altro erano se non un mero riempitivo per collezionisti...), quanto proprio per il valore della musica contenuta. Godibile, solida, ben costruita. Con tre-quattro pezzi oltre la media ("Walk on Water", "I've Been Found", "Wait Until Tomorrow", "Tale of a Broken Man"...) ed una buonissima produzione dei suoni.

Un disco, in buona sostanza, che meritava l’operazione e si mette alla pari del recentissimo “Hard Times".
Inutile andare oltre: se avete avuto occasione di ascoltare proprio “Hard Times" e lo avete in qualche modo gradito, “Suffer More” non potrà che confermare le impressioni ricavate, ottenendo il medesimo risultato.

 

 
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