Recensione: Superbeast

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Marcio, grezzo, pesante, corposo, viscerale, claustrofobico, viscerale, corposo, pesante, grezzo, marcio.

Un costante movimento altalenante che descirve al meglio la musica e la sonorità di “Superbeast”. Che mazzata lenta nei denti ragazzi, una band con una dote rarissima: riuscire a creare un universo con nulla in mano di concreto. Mi spiego meglio, questo disco non porta molto di nuovo in seno al palinsesto mondiale, non inventa nulla poichè prende l'intero suo bacino strumentale dalla scena 80/90 senza stravolgerne l’essenza e aggiungendoci un tocco d'artista; eppure, in questo grande pout-pourì di riffoni gravidi, la sensazione di aver qualcosa di valido e onesto tra le mani urla come mai prima d'ora. I Megatherium al primo disco ci offrono una perla di Doom-Stoner che rivisita, con una concezione italo-gobale, la normale tessitura di un qualsiasi brano sui generis, andando ad inserire attimi di innata creatività realizzati dalla passione stessa; quanta lode in quel di Verona.

Oltre un’ora di durata per undici brani che regalano emozioni, echi di Cathedral, dentro le dilatazioni degli Ufomammut per arrivare sino ad appoggiarsi su quelle sfumature degli A Perfect Circle dentro un canovaccio dei Minsk più profondi. Molte, moltissime le ragioni per ascoltare “Superbeast” e goderne a pieno.

Viene assolutamente arduo e difficile riuscire a descrivere traccia per traccia cosa si celi dentro e dietro queso mondo, dietro questa bestia avida di sonorità; se l’inizio con questo ritualistico incedere di ‘Refuse to Shine’ ci lascia un pò sbalorditi, attraverso un costante mid-tempo senza scampo, già con la seconda ‘Fly High’ con quelle melodie pregne di sudore, ‘A Ghost of the Ocean’ e il suo riffone grasso o ‘Cleveland (is far from here)’ con l’assolo centrale da pelle d’oca, riusciamo a vedere una verve psichedelica che diventa impossibile da non cantare con headbanging di circostanza. I Megatherium hanno in essi il gusto italiano che non passa mai di moda, quel senso melodico di una superiorità che contraddistingue il nostro paese dagli altri in ogni ambito artistico, siamo impossibili da inserire in mezzo ad un calderone informe. A dispetto delle singole tracce più brevi è quando il gioco si fa duro che i duri cominciano a giocare e l’anima della band esce più versatile, senza obblighi, sono proprio le lunghe suite che impreziosiscono “Superbeast”. La spettacolare ‘Twiceman’ ha quelle armonie shamaniche tipicamente vintage, lo stacco a 8:03 visionario e iperreliasta ci dona una realtà astratta, ci si presenta di fronte un viaggio nello spazio oscuro per ritornare tre minuti dopo dentro un vortice stoner fino al midollo, magnifica. ‘Grey Line’ dopo una lunghissima parte strumentale viene elevata ed evocata da voci sofferte e echi lontani, delicati, a tratti demoniaci con l’essenza degli Electric Wizard che lasciano uscire dal vaso di Pandora l'impossibile; la conclusiva ‘Retrosky’ invece ci dona la parte più melancolica e decadente, quella faccia della medaglia che chiude la lunga corsa del disco in un antro scuro e riservato, la parte più intima emerge e comprendi come non è solo violenza e rabbio questo disco.

Amanti del doom classico, del doom moderno, dello stoner marcio e quello più delicato, amanti della buona musica più semplicemente, non abbiate paura della “Superbestia”, qui dentro si riusciranno a trovare infiniti momenti di pura magia musicale, che come già detto, nel non inventare pressochè niente fanno benissimo il loro sporco dovere con quel tocco di personallità che non guasta mai. I Megatherium sono al primo disco e se questa è la strada intrapresa, non vediamo l’ora di ascoltare qualcosa di nuovo a breve, poichè detta onestamente, non hanno nulla da invidiare a realtà internazionali di alta nomea. Bravi, bravi bravi!

 
75