Recensione: Swallowed By The Ocean's Tide

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«Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn».

Nella dimora perduta fra le remote profondità dell’oceano, il Grande Antico attende... attende... attende... e, durante lo scorrere degli eoni, sulla superficie terrestre si aggregano via via sempre più numerosi coloro che ne cantano il mito. Fra di essi, i tedeschi Sulphur Aeon che, dopo un demo (“Sulphur Psalms”, 2011) e un EP (“Deep Deep Down They Sleep”, 2012), centrano il debut-album – “Swallowed By The Ocean’s Tide” – a due soli anni dalla nascita.

E, a proposito di Cthulhu, è risaputo che l’idea di concepire un disco che ne tratti le gesta dai racconti di H.P. Lovecraft non è né nuova, né rara. A partire dall’incredibile “The Call Of Ktulu” dei Metallica (“Ride The Lightning”, 1984), brano che ha quasi trent’anni, sono infatti tante le rivisitazioni, di tutti i tipi, che hanno lambito il mondo del metal. Certamente consapevoli di questo fatto, i Sulphur Aeon hanno comunque messo su addirittura un concept, basato sul più famoso semidio inventato dallo scrittore di Providence. Dimostrando con ciò un coraggio non da poco, poiché mettere le mani in qualcosa che è già stato toccato da decine di altre formazioni più essere pericoloso anzi letale, se non si dimostra di avere qualcosa di diverso, qualcosa di speciale. Qualcosa che il trio della Renania Settentrionale-Vestfalia, indiscutibilmente, ha. E ce l’ha a prescindere da qualsiasi paragone che si possa azzardare, Metallica in primis, giacché il fortissimo ‘odore di Cthulhu’ che permea sino al midollo la già menzionata “The Call Of Ktulu” è lo stesso che invade “Swallowed By The Ocean’s Tide”; senza tuttavia che si possa lontanamente pensare, se non a causa dell’obbligata similitudine per il colore blu, a una scopiazzatura o, peggio, a un plagio. Al contrario, il richiamo alle indimenticabili note che hanno reso celebre il brano strumentale di James Hetfield e compagni è un segno di umiltà verso chi ha mostrato all’Universo che le melodie adatte a raffigurare la creatura cosmica sono ‘quelle’ e non altre.

Partendo da questo punto fisso, i Sulphur Aeon hanno quindi sviluppato uno stile tutto loro, calibrato su una mostruosa miscela di black sinfonico e death metal, indirizzata alla massima estremizzazione possibile di quest’ultimo. Facendo propria la lezione impartita da gente come Bathory, Emperor e Vader, i Nostri hanno spinto sino ai limiti dell’impossibile la capacità di creare un sound devastante, potentissimo, travolgente nonché ricco di armonizzazioni sino quasi a sfiorare la ridondanza. Martin Hellion è una belva scatenata che travolge ogni cosa con il suo poderoso, stentoreo growling ancestrale; Torsten Horstmann mulina con forza sovrumana le sue asce, proponendo un riffing esagerato sia come varietà, sia come furia scardinatrice; che trova ulteriore cibo nel drumming scellerato e primordiale di Daniel Dickmann. Quel che ne esce, insomma, è un immenso muro di suono le cui sterminate dimensioni sono appannaggio di poche, efferate realtà dei giorni nostri come Myrkskog, Anaal Nathrakh e Rage Nucléaire. Un wall of sound che, però, con la sua abbondanza di finiture e orpelli, dirige in maniera unica, grazie alla sua spinta visionaria, il concentrato ascoltatore nelle epiche, magiche caverne sottomarine dell’Abisso Blu.  

Tremendo, pure, l’insieme delle song, che non lascia mai la presa nella sua costante aggressione alla Terra e ai suoi abitanti. La produzione, mirata a evidenziare la follia distruttiva del combo teutonico invece che a esaltare le singole note, è perfetta per questo tipologia musicale. Perfetto, nondimeno, l’immancabile intro “Cthulhu Rites”. Magari non originale ma assolutamente necessario per far calare sul platter il velo di maleodorante salinità che accompagna i servitori della divinità proveniente dallo spazio profondo. L’incipit di “Incantation”, poi, è – appunto – un tributo alla chitarra di Kirk Hammett ma, anche in questo caso, è utile ad aumentare lo spessore di quell’atmosfera aliena così ben raffigurata dalla copertina del CD. Il pezzo va poi per la sua strada, fra le deflagrazioni di giganteschi blast-beats e le coloriture di drammatiche melodie totalmente arcane. I Sulphur Aeon non sanno cosa sia la pietà e pertanto sconquassano tutto quello che incontrano con altre formidabili bordate nucleari come “The Devil’s Gorge”, “Where Black Ships Sail”, “Beneath. Below. Beyond. Above.”. L’inno finale, il cui incedere è addirittura commovente, sembra lì apposta per chiudere il lavoro così com’era iniziato, regalando la tregua finale per dare il tempo di raccogliere le vittime di tanto scempio.

“Swallowed By The Ocean’s Tide” uno spettacolare esempio di come si possa realizzare un’opera in tutto e per tutto sopra le righe, distante anni-luce da noia, indifferenza e grigiore. Senza inventare nulla ma mettendoci cuore e anima come nessun altro. E, in questo, davvero, i Sulphur Aeon sono unici.

Daniele “dani66” D’Adamo


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Tracce:
1. Cthulhu Rites 1:35     
2. Incantation 4:07     
3. Inexorable Spirits 4:49     
4. The Devil’s Gorge 4:28     
5. Where Black Ships Sail 3:39     
6. Swallowed By The Ocean’s Tide 4:39     
7. Monolithic 3:54     
8. From The Stars To The Sea 4:38     
9. Those Who Dwell In Stellar Void 4:35     
10. Beneath. Below. Beyond. Above. 4:43     
11. Zombi 3:37                                            
    
Durata 45 min.

Formazione:
Martin Hellion – Voce
Torsten Horstmann – Chitarra/Basso
Daniel Dickmann – Batteria

 
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