Recensione: Sweet Dreams

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Tra gli alfieri indiscussi del più genuino e imprescindibile heavy metal e power americano, come Helstar, Metal Church, Riot, Savatage e Vicious Rumors, vanno senz’altro menzionati anche i canadesi Sword. La loro è stata una carriera tanto breve – ahimè – quanto intensa: autori del monolite igneo intitolato “Metalized” del 1986, hanno saputo distinguersi per composizioni tanto granitiche e poderose nel debutto, quanto ispirate da una classe cristallina, nel secondo e, per ora ultimo, capitolo discografico “Sweet Dreams”.

Se il primo full-length aveva lasciato un segno indelebile grazie a uno dei più puri e incontaminati heavy metal dall’alto tasso adrenalinico, tanto che tendenzialmente è indicato come il loro migliore lavoro, “Sweet Dreams” si presenta come il degno successore, confermando le Loro straordinarie capacità. Rispetto a “Metalized” le composizioni sono più levigate, presentando, con le dovute eccezioni, una minore ruvidità e irruenza, eppure questo disco vanta un songwriting di prim’ordine, affinato dalla maggiore maturità compositiva e da un lirismo e un pathos espressivo fuori dal comune. Andando ancora più a fondo ad analizzare le differenze tra i due album, va detto poi, che sebbene il primo presenti una compattezza e una qualità media elevatissima, apparendo in pratica inscalfibile, il secondo porta in dote alcuni degli episodi più avvincenti che i Nostri abbiano mai trascritto su pentagramma.

Prima di passare a sviscerarlo, però, facciamo un doveroso passo indietro nel tempo, all’indomani dell’uscita di “Metalized”, quando, sulle ali della reazione degli addetti ai lavori, che fu a dir poco entusiastica (decretandoli all’unanimità come nuovi astri nel firmamento heavy metal), s’imbarcarono in un suggestivo tour canadese insieme a Metal Church e Metallica - tristemente segnato, purtroppo, dalla recentissima scomparsa di Cliff Burton. Cui fecero seguito poi varie date in Europa di spalla ai Motörhead ed esibizioni nelle grandi platee americane assieme ad Alice Cooper. Come tutti sappiamo, però, il mercato musicale è una creatura capricciosa e volubile, che raramente finisce per premiare coloro che effettivamente lo meriterebbero. Anche perché in quegli stessi anni spadroneggiava da un lato il thrash e dall’altro il glam, e questa lotta finì inevitabilmente per schiacciare quasi tutto il resto, tra cui il buon e vecchio HM. Questa sorte toccò anche a Loro e, nonostante la genuinità di “Metalized”, i dati di vendita non furono altrettanto esaltanti, sebbene non disastrosi. Purtroppo, anche con il successivo “Sweet Dreams”, le cose non andarono per il meglio, iniziando dal rapporto con l’Aquarius Records, che giorno dopo giorno andava logorandosi. In una recente intervista, infatti, i Nostri hanno rivelato che al tempo l’etichetta iniziò a rigettare il materiale che avrebbe dovuto comporre il disco, costringendo il gruppo a scrivere circa una trentina di brani e - a loro dire - quei dieci che poi finirono sul secondo full-length probabilmente non erano i migliori che avevano a disposizione. Pagheranno inoltre la scelta - onorevole - di rimanere coerenti con se stessi, di non voler assecondare il trend del momento, ma proprio per questo stesso motivo ci hanno lasciato un altro grande lavoro, che merita senz’altro di essere riscoperto.

Come non bearsi al cospetto della solenne title-track posta in apertura, un brano cadenzato e oscuro, quasi doom, nel quale Rick Hughes fornisce subito prova di essere uno dei migliori cantanti in circolazione, con un timbro caldo e viscoso sui toni bassi, graffiante e mascolino su quelli alti? Come rimanere immobili e impassibili di fronte a ritmiche tanto polverose e coinvolgenti come quelle ordite da Mike Plant, il quale poi si lancia in un solo che sembra tanto una scalata verso una cima insidiosa? Ascoltate la facilità e la concretezza con la quale i quattro hanno realizzato una canzone tanto catchy, quanto possente, come “The Trouble Is” (scelta poi come video promozionale), oppure la forte carica evocativa e l’epicità di “Land Of The Brave” e avrete già un’idea della densità di contenuti che quest’album ha da offrire.

Per non parlare poi del più dinamico ‘Side 2’ dopo il preludio offerto dalla veloce “Prepare To Die”, che altro non è se non una dichiarazione d’intenti, poiché di lì a poco saremo portati nell’Empireo da un trittico di brani al cardiopalma, che rappresentano una delle vette più alte raggiunte in assoluto dai quattro canadesi. Si parte con la thrashy “Caught In The Act”, forte di un riff portante semplicemente travolgente e un break centrale da urlo tra stacchi di batteria, bending e soli di chitarra mozzafiato. Si passa poi all’accoppiata “Until Death Do Us Part”/” The Threat”, inframmezzata da un arpeggio da brivido che unisce le due tracce come se fossero un’unica, eccellente, suite, in grado di smuovere anche gli animi dei più scettici. Da non sottovalutare poi l’‘elettro-blues’ con tanto di slide guitar di “Life On The Sharp Edge” e l’ottima cavalcata finale quasi ‘motörheadiana’ propriamente intitolata “State Of Shock”.

Tuttavia, come già detto, aver sfornato un altro grande album come “Sweet Dreams” non bastò agli Sword per sfondare definitivamente e, infine, dati anche i rapporti tesi con la label, Mike Plant decise di lasciare il gruppo. Ciò ne segnò irrimediabilmente il destino: abituati a considerarsi come un’unica entità, gli altri tre non provarono neanche a sostituirlo e si sciolsero. È notizia recente, però, il fatto che credendo fortemente nella bontà dei brani composti in eccedenza al tempo di “Sweet Dreams”, il combo abbia deciso di tornare sulle scene con una serie d’infuocati show dal vivo, annunciando in più che proprio in questi giorni sarebbero entrati in sala di registrazione per realizzare il terzo album. Vedremo molto presto, quindi, se questa sarà per Loro la volta buona!

Orso “Orso80” Comellini

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Tracce:
1. Sweet Dreams 5:08
2. The Trouble Is 3:35
3. Land Of The Brave 5:28
4. Back Off 3:53
5. Prepare To Die 2:58
6. Caught In The Act 4:09
7. Until Death Do Us Part 3:36
8. The Threat 4:10
9. Life On The Sharp Edge 4:44
10. State Of Shock 3:44

Durata 41 min. ca.

Formazione:
Rick Hughes – Voce
Mike Plant – Chitarra
Mike Larock – Basso
Dan Hughes – Batteria

 
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