Recensione: Symphonic Theater of Dreams

Di Lorenzo Gestri - 7 Maggio 2013 - 18:03

Può il metal (ed il rock, in generale) definirsi un legittimo erede della musica classica?
Per chi ascolta la “musica del diavolo” la risposta è lampante, quasi scontata.
No, non c’è bisogno di tirare in ballo gruppi come Rhapsody, Kamelot o Therion per dimostrare quanto il nostro “violento” genere musicale nasca con una forte predisposizione verso questa musica “aristocratica”, poiché perfino nei pezzi della band più heavy, è possibile riconoscere un arpeggio, un fraseggio o un giro che possa ricordare, se non addirittura citare, maestri universali come Mozart o Beethoven o Bach.
Eppure, finora per il sottoscritto è sempre stata un’ardua impresa riuscir a far capire a chi disprezza il metal, a causa della sua natura estrema, che forse fra tutto quel baccano di piatti, batterie e distorsioni, sullo spartito c’è del contenuto assai valido, se non addirittura colto in alcuni casi.

Non è quindi stata certo una sorpresa la release di Symphonic Theater of Dreams, progetto che fa tributo -se dal nome e dalla copertina non fosse chiaro- ai Dream Theater.
Il tribute album in questione infatti non è stato registrato (come invece spesso avviene) da una metal band, bensì da un giovane compositore e novello direttore d’orchestra di nome Michal Mierzejewski, il cui amore per la composizione sinfonica e la passione per la proposta musicale dei nostri artisti new yorkesi lo hanno portato ben più lontano di quanto potesse mai immaginare.
Grazie ad alcuni demo scritti a computer, suonati da VST (Virtual inSTruments) e pubblicati su youtube per puro divertimento, il nostro compositore polacco ha letto negli apprezzamenti pubblici al suo talento da parte -non di meno- del Signor Portnoy una grande occasione per realizzare seriamente il suo sogno: tradurre gli spartiti della famosa progressive metal band in musica classica da far suonare ad una vera orchestra, pubblicando così un tributo C-O-M-P-L-E-T-A-M-E-N-T-E  sinfonico.  

La qualità sonora del platter si fa subito sentire dalla “Overture” di apertura (che non è quella di “Metropolis Part II”), la quale, oltre che a presentare la Sinfonietta Consonus Orchestra fondata appunto per l’occasione, fa da introduzione a “Hell’s Kitchen”, primo pezzo che, nella sua forma riarrangiata, già lascerebbe a bocca aperta non solo quegli scettici citati nelle prime righe di questa recensione, ma anche chi da sempre segue il gruppo di Portnoy e Petrucci.
La raffinatezza del riadattamento, l’attenzione ai dettagli di registrazione e la passione di questo team di talentuosi musicisti sono la firma inconfondibile di questo splendido lavoro che rivela lentamente se stesso in un’evoluzione acrobatica di passaggi di staffetta da uno strumento all’altro.
Non son passati ancora i brividi lasciati dal finale epico della prima traccia riadattata che già timidamente fa il suo timido ingresso l’arpeggio iniziale di “Sacreficed Sons”. Scelta per essere la highlight e singolo di anteprima all’album, la traccia proveniente dal disco Octavarium fa la sua sfacciata figura quando, dopo aver deliziato l’ascoltatore con le sue dolci strofe e ritornelli, ingrana la marcia negli assoli, ricreando con gli archi ed i fiati tutti quei giri “impossibili” che mai e poi mai il sottoscritto sarebbe riuscito ad immaginarli eseguiti da altri strumenti al di fuori della chitarra elettrica.

A fare da protagonisti vi sono di tanto in tanto degli strumenti solisti suonati da ospiti di riguardo a cui il capo progetto ha fatto affidamento; tra questi il cornista francese Marc Papeghin (primo musicista con cui Michal ha collaborato nella stesura e registrazione di questa traccia), la violoncellista cinese Tina Guo (la quale ha partecipato nella veste di “turnista” anche alla colonna sonora di Inception, IronMan 2 ed il videogame Diablo III) ed il chitarrista tedesco Daniel J.Fries (fondatore degli Affector e stretto collaboratore di Symphony X, Metallica, Blind Guardian), il quale fa la sua comparsa in questo album nella traccia seguente: “Beneath the Surface”.
La poesia che anche questo pezzo esprime dà il meglio di sè in quello successivo, ovvero la suite “The Ministry of the Lost Souls” da Systematic Chaos; più dell’originale -oserei dire- questo riarrangiamento orchestrale riesce a trasmettere la struggente drammaticità degli atti del suicidio e del sacrificio, entrambi temi su cui il testo originale verte. Il disco si chiude infine con “Losing Time/Grand Finale“, atto finale del concept di Six Degrees of Inner Turbulence e prima traccia di cui il vostro recensore ne ascoltò le prime demo delle writing sessions quando il progetto nacque in via ufficiale poco più di due anni fa.
Il commovente motivo di “Losing” time sfocia così velocemente nel Gran Finale che quasi infastidisce quel vuoto lasciato dall’assenza di qualche altra traccia.

E qui salta fuori l’unica nota negativa su questa – nonostante tutto- apprezzabile fatica che ha visto la luce grazie allo sforzo, al talento e alla determinazione di un pugno di giovanissimi musicisti; come atto di ringraziamento per i supporti morali e finanziari ricevuti negli anni, la decisione della tracklist è stata affidata agli utenti tramite una pool pubblicata sul sito ufficiale, il cui risultato ha dato origine alla forma che oggi conosciamo del disco.
La democrazia è una gran cosa, ma non sempre il parere del pubblico dà i migliori risultati, poichè a dispetto dell’originale iniziativa -che quasi rasenta la strategia del viral marketing in pieno spirito internettiano- tale scaletta potrebbe apparire non troppo azzeccata se consideriamo le svariate valide alternative che vi erano a disposizione. Come si sarebbe presentato infatti il disco se avesse contenuto piuttosto pezzi come “Metropolis”, “Learning to live”, “Finally free”, “Erotomania” od “Octavarium”?

Sembra ad ogni modo che a seguito di questa prima release il nostro giovane amico stia organizzando un tour nell’autunno 2013 per suonare assieme alla sua orchestra, capeggiata dal direttore Ariel Ludwiczak, l’intero disco in live più altri pezzi come “In the name of God” o “Waiting for Sleep”, lasciando così un crescente numero di fan nella speranza di poter goder un giorno di questi nuovi arrangiamenti su di un secondo capitolo o, visto che siamo nel regno del possibile, di una possibile collaborazione per un nuova release degli stessi Dream Theater (e a buon motivo visto che già al suo ultimo concerto, Neal Morse ha fatto eseguire il riarrangiamento scritto da Michal dell’introduzione di “Mercy Street”, brano tratto da Testimony 2).
Nel frattempo non ci rimarrà altro da fare che lasciarsi andare sul divano in mansarda e godersi la serata in compagnia di un bicchier di vino, di un buon amico con cui discorrere del più e del meno e di questo favoloso tributo che, oltre ad arricchire la nostra collezione discografica, potrà strapparci dalle labbra un sorriso di soddisfazione al pensiero che, dietro a quell’incompreso frastuono per cui in molti non ci capiscono, c’è più genio e passione di tanta musica mainstream che continuano a sbandierare come capolavoro dell’anno.

PS: Per chi fosse interessato all’acquisto, il disco è reperibile su iTunes, Amazon e RockSerwis, quest’ultimo dove il sottoscritto l’ha pagato 10 €, spedizioni incluse e rapide, ricevendo a casa un prodotto curatissimo, con tanto di sovra cover in cartone e poster.
Invito anche altri ad incentivare e aiutare questi meritevoli giovani talenti.

Lorenzo “Dottorfaust87” Gestri

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