Recensione: Tales of Woe: The Journey of Odysseus Part I & II

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Narrami, o musa, dell'eroe multiforme, che tanto
vagò, dopo che distrusse la Rocca sacra di Troia:
di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri,
molti dolori patì sul mare nell'animo suo,
per riacquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni.

Questa l’invocazione che, grossomodo ventisette secoli fa, apriva uno dei poemi epici più famosi di tutti i tempi: l’Odissea; da allora intere generazioni di addetti ai lavori, studiosi, artisti o semplici appassionati hanno ammirato la grandezza dell’opera di Omero e il suo protagonista, l’astuto e curioso Odisseo. Oggi l’interminabile elenco di artisti che in un modo o nell’altro si sono ispirati ad essa accoglie tra le sue pagine un nuovo arrivato, un gruppo black metal proveniente dalla Germania e dal nome altisonante: Imperious. Questo trio di musicisti, dopo l’esordio del 2011, “Varus”, ha deciso di dedicarsi alla stesura di un complesso adattamento del testo omerico; il risultato delle loro fatiche è racchiuso in questo “Tales of Woe – The Journey of Odysseus”, suddiviso in due capitoli ma che, dato che sono usciti insieme e per ovvie ragioni di continuità narrativa, tratterò in questa recensione come un solo album.
Come dicevo la materia prima su cui si sviluppa questo doppio album è il black metal, ma dato che l’argomento trattato merita una più ampia gamma di sfaccettature sonore i nostri prodi tedeschi non disdegnano di imbastardire il loro suono, che comunque non si fa mancare un certo livello di aggressiva malignità, con inserti melodici precisi e solenni, squarci acustici e rallentamenti sognanti e a tratti perfino romantici (basti pensare alla traccia introduttiva, la pomposa "At the Shores of Ilion", dall'incedere ieratico che sembra uscire da un album power). Il sapiente mix di tutti questi elementi crea un amalgama affascinante e dona a “Tales of Woe” un piglio giustamente epico, consentendogli di suonare allo stesso tempo guerrafondaio, arcigno e maestoso. La componente emotiva gioca un ruolo di primo piano nel tessuto narrativo dei tedeschi, ammantando le tracce del giusto pathos ma cadendo, di tanto in tanto, in una certa autoindulgenza: a mio avviso si tratta, comunque, di peccatucci veniali facilmente ignorabili, soprattutto se si cerca di tenersi piuttosto vicini ai toni declamatori e all’atmosfera dell’opera originale. Proprio dal punto di vista atmosferico mi sento di dire che i nostri hanno fatto un ottimo lavoro: il comparto prettamente metallico si fonde più che bene con gli inserimenti acustici o di pianoforte e con le brevi tracce interlocutorie che collegano i brani più sostenuti, sfruttando le rare dissonanze per rafforzare il proprio discorso fatto di sofferta curiosità e crudeltà vendicativa e andando a pescare anche da generi come l’heavy classico o il death melodico (soprattutto in certi passaggi di chitarra) per donare più sfaccettature al risultato finale. Così come le atmosfere, anche i ritmi si mantengono frastagliati per tutta la durata del doppio album, con i tedeschi che non disdegnano passare dalle violente sferzate tipicamente black a momenti assai più riflessivi, a tratti confinanti col doom, mentre le chitarre tessono a seconda dei casi trame ipnotiche, maligne e battagliere, passando in rapida successione per arpeggi pregni di brutale trionfalismo e colate di metallo fuso, denso e appiccicoso, salvo aprirsi poi a inspiegabili squarci di placida serenità che, in un attimo, vengono travolti di nuovo dalla violenza di riff gelidi e cafoni. Sintomatica, in questo senso, “Bloodbound – The Bow of Odysseus”, che dall’alto dei suoi diciassette minuti snocciola tutto il repertorio del trio tedesco in un travolgente carosello, passando dal black, al viking, al doom nello spazio di una manciata di secondi. Dal punto di vista vocale, nonostante i nostri si dedichino principalmente al tipico scream del black metal, isterico e sofferente, non è difficile imbattersi durante l’ascolto in passaggi caratterizzati da un growl pastoso e scandito o addirittura in ammalianti voci femminili, che però non sempre mi hanno entusiasmato (si veda ad esempio la comunque ottima “Sirens”, in cui la voce pulita mi è sembrata un po’ troppo tremula…)

Arrivato a questo punto posso permettermi di confessarlo: da bravo talebano omerico, mi sono avvicinato a questo “Tales of Woe – The Journey of Odysseus” con un certo sospetto, che per fortuna è stato dissipato come nebbia al sole dal risultato conseguito dal trio tedesco. “Tales of Woe” appartiene senza dubbio alcuno alla categoria degli ottimi lavori: equilibrato, arcigno e molto atmosferico, e nonostante qualche lieve pecca qua e là si candida a far parte dei miei ascolti per buona parte dei mesi futuri.
Promossi.

 
80