Recensione: Ten

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Sebbene gli Yesterday and Today, ( in tal modo venivano appellati, agli albori della carriera ), si fecero conoscere al pubblico col loro primo lavoro, omonimo, rilasciato nel 1976, ma la loro storia ebbe inizio ben dieci anni prima. Per la precisione, era il 20 di Giugno dell’ anno di grazia 1966, e i Beatles di John Lennon e soci avevano dato alla luce l’ultimo loro LP, a cui diedero nome “Yesterday And Today”. Fu il titolo di questo long playing, che stimolò l’ispirazione del virtuoso vocalist e chitarrista Dave Meniketti, che lo trasformò nel monicker del suo nascituro progetto musicale.
Per convenzione poi, quest’ultimo fu abbreviato in Y&T, nome col quale la band convisse per il resto della sua esistenza. Agli inizi della carriera la band fu letteralmente assalita dai vecchi fans dei Beatles, che rodevano dalla curiosità di conoscere la band che portava il nome di un LP prodotto dai loro beniamini, ma ben presto, passata l’euforia iniziale, la band cadde in parte nel dimenticatoio, a mio avviso ingiustamente.
Gli Y&T producevano infatti un rock & roll di stampo propriamente hard ‘n’ heavy, un ( buon ) misto fra le sonorità tipicamente anni 70 e un hard rock piuttosto melodico, generando uno stile proprio ed inconfondibile, che rappresentò in gran parte la ragione per cui la band abbia riscosso in realtà così poco successo, rispetto alle sue reali capacità.
A livello tecnico, infatti, la line up degli Y&T è di sicuro valore, costituita infatti dagli inossidabili Phil Kennemore ( basso ), Leonard Haze ( batteria ) e Joey Alves ( chitarra ), oltre che ovviamente da Dave.

Facciamo ora un salto di una quindicina d’anni, e proiettiamoci al 1990. La band era uscita piuttosto malconcia, tre anni prima, dalla pubblicazione del chiacchierato e criticato “Contagious”, disco che tracciava un solco netto con lo stile della band degli anni precedenti, poiché con questo lavoro, la band cercò in gran parte di accattivarsi i favori del pubblico radiofonico di quel periodo, presentando pezzi orecchiabili e commercialotti, in stile tipicamente Eighties. L’ anno 1990 quindi rappresenterà un passaggio importante per due diversi motivi. Il primo in virtù della sostituzione di Joey Alves alla chitarra, con l’ottimo Step Burns, e l’affermazione della figura di Jimmy DeGrasso alla batteria ( che ricordiamo per le partecipazioni con Megadeth, Alice Cooper, Suicidal Tendencies e M.D. 45 ), che fino a quel momento non era mai riuscito ad imporsi ed a mettere in luce le sue, seppur non eccelse, qualità di drummer. Il secondo motivo fu che l’ anno 90 rappresentò l’anno in cui la band doveva effettivamente dare dimostrazione di maturità e inviare forti segnali di ripresa al pubblico, oltre che l’anno in cui la band proporrà il suo decimo lavoro. Il nome di questa release infatti, sarà proprio “Ten”, per celebrare questa importante ricorrenza, che per le band è da sempre simbolo di stabilità e di longevità. Nel complesso gli Y&T riescono, con questo “Ten” ad alzare parzialmente la testa, ma evitiamo di farci prendere da falsi e estemporanei entusiasmi: molte delle sonorità che la fecero da padrone di “Contagious” e per cui la critica era stata ferocissima nei loro confronti, rimangono inalterate. “Ten” è, infatti, un disco che da ampio sfogo alla melodia ed al cantato armonioso, la voce di Dave è sicuramente superba, ma il songwriting è superficiale e alcuni pezzi sono realmente senza arte né parte, risultando magari gradevoli al primo ascolto, ma tendendo l’ascoltatore a riporre il disco nei meandri della sua collezione, già dopo i secondi due o tre, caratteristica questa che crea un forte handicap in questo disco che, in realtà sarebbe anche discreto, ma che, per la sua ripetitività non fa scattare la scintilla in colui che lo ascolta.
Sono purtroppo i temi troppo mielosi e le melodie scontate che impediscono a questo disco di emergere, basti pensare a pezzi come: “Don’t Be Afraid of The Dark” o “Let it Out”, ad esempio. In questi pezzi è senza dubbio preponderante la voce di Dave, e l’ ottima chitarra di Step Burns disegna godibilissimi riffs, ma i pezzi rimangono purtroppo inesorabilmente fine a se stessi, non trasferendo alcun tipo di emozione: i refrain ripetuti fino allo spasimo, composti sempre e comunque da qualche accordo piantato li a caso, annoiano quasi fin da subito.
Un altro pezzo di stampo tipicamente radiofonico è sicuramente “City”, una ballad semplicissima, scontata e futile, che parte in sordina e che incentra tutta la sua veemenza in un refrain, anche questo ripetuto, in maniera inquietante, fino alla noia e che, se analizzato con attenzione, non è composto da altro che 3 strofe, impostate anche piuttosto sommariamente, all’ interno del testo della song. Lo definivo di stampo radiofonico perché, come si sa, i pezzi che negli anni Ottanta andavano per la maggiore nelle radio, erano quelli che effettivamente si costituivano principalmente di un refrain simpatico e orecchiabile, anche concedendo qualcosa ( in questo caso molto ), al resto della produzione, come avviene in questa noiosa “City”. Sono rimasto, ancora una volta negativamente impressionato, dalla banalità di pezzi come “Ten Lovers” e “She’s Gone”, che non fanno altro che confermare quello che avevo detto in precedenza, ovvero che le criticatissime peculiarità di “Contagious”, siano una realtà ricorrente anche in moltissime composizioni di “Ten”, inutile spendere inutili parole su questi pezzi, così noiosi da diventare quasi irritanti, cosa non facile, a dire il vero. Ovviamente però, come ho saputo criticare e metterne in luce le tante pecche, non posso esimermi dall’ evidenziare che questo lavoro presenta, tuttavia, anche dei brani validi, e sinceramente, sono più di uno. La punta di diamante di questi è sicuramente “Goin’ Off Deep End”, un pezzo che è pregno di carisma e roboante esplosività, un hard rock roccioso e senza fronzoli. Seguito quest’ultimo a ruota da “Girl Crazy” e “Red, Hot & Ready”, oltre che dal lento strappalacrime: “Come In From The Rain”. Questi quattro pezzi consentono alla band di non lasciarsi andare nel baratro del non ritorno ( metaforicamente parlando, ovviamente ), e di attestarsi su livelli artistici discreti, sebbene le migliorie da apportare e le parti da rivedere siano comunque molte. La band si deve essere evidentemente accorta di questo calo prestazionale, un calo che porterà, alcuni anni dopo, alla fine della band e che è stato cinicamente introdotto da un triennio che, musicalmente parlando, ha sciolto come neve al sole quanto di buono la band aveva fatto anni prima. “Ten” mi ha, nel complesso, molto deluso, soprattutto perché non posso dimenticare che gli Y&T sono la stessa band che ha partorito ottimi dischi come “Black Tiger” e “Earthshaker”, che accostati a questo modesto lavoro fanno un po’ impressione e generano in me un certo senso di inquietudine e mi portano a questo tipo di riflessione, che spero condividiate: ma erano veramente loro?
Daniele “The Dark Alcatraz” Cecchini

LINE UP:
Dave Meniketti - Lead Vocals / Lead Guitar
Step Burns - Rhythm Guitar
Phil Kennemore - Bass Guitar / Vocals
Jimmy DeGrasso - Drums

 
70