Recensione: Th1rt3en

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L’uscita del nuovo disco dei Megadeth, ogni volta, è un avvenimento atteso con trepidazione da buona parte del popolo metallico e in misura minore anche dai thrasher più intransigenti ormai disillusi dalla speranza di una loro completa rinascita artistica o, più semplicemente, che il nuovo arrivato possa lontanamente eguagliare i grandi album del passato. Certo, non troverete questi ultimi ad affollare il locale venditore di dischi alla data d’uscita ma, probabilmente, non lo scarteranno a priori. Questo perché, sin dalla svolta musicale del comunque esemplare “Countdown To Extinction” (1992) e del più melodico “Youthanasia” (1994), il combo capitanato dall’eclettico e controverso Dave Mustaine ha saputo mantenere quasi del tutto integra la propria reputazione e una certa dignità fino a oggi (specie se paragonati ai Metallica e a certe loro uscite infelici), allargando oltretutto la cerchia dei sostenitori. Nonostante alcuni passi falsi, problemi con la droga, aule di tribunale, gli oramai abituali cambi di formazione e quant’altro, il longilineo frontman è sempre riuscito a risollevarsi. Poi, perché sulle ali delle vendite considerevoli di “United Abomination” (2007) prima e in seguito di “Endgame” (2009), oltre al ritorno tra le fila di David Ellefson (l’unico a essere rimasto al fianco di Mustaine con continuità e suo grande amico), i Nostri hanno calcato i palchi di mezzo mondo per due anni circa fra Big Four e tour del ventennale di “Rust In Peace”.

Le aspettative e le speranze riguardo alla pubblicazione di “Th1rt3en”, di conseguenza, non potevano che essere elevate, anche se con le dovute riserve. Proprio dalle loro più recenti esibizioni on stage, banco di prova che per alcuni è il più fedele alleato mentre per altri talvolta si rivela persino impietoso, si possono ricavare spunti per fare alcune riflessioni. La band in generale sembra godere di un rinnovato vigore, un esempio su tutti il rientrante Ellefson e il suo entusiasmo contagioso, nonostante non sia più un ragazzino, si dimostra il più divertito a ripresentare i brani che hanno fatto la storia dei Megadeth. È un piacere poi vedere un talento come Chris Broderick (Jag Panzer, Nevermore) confrontarsi con i grandi solisti che l’hanno preceduto, compresa l’eredità più scomoda di tutte: quella di Marty Friedman. La sua indiscussa tecnica lo mette in condizione di non temere questo genere di sfide. Tuttavia Broderick pare più intenzionato a inseguire l’inconfondibile (e unico) tocco del carismatico Friedman (anche nelle nuove composizioni), piuttosto che mettere in mostra il proprio stile personale. Meno convincente la prova di Shawn Drover, soprattutto se paragonata allo straripante drumming del grande Nick Menza. Sebbene Drover sia indubbiamente molto bravo e preciso dietro alle pelli, sembra però limitarsi a svolgere diligentemente il compito assegnato senza mai uscire dalle righe. Infine Mustaine, quel ragazzone dalla personalità ingombrante e dal carattere spigoloso che oggi appare notevolmente smussato e ammorbidito (un po’ come certi suoi ritornelli). Il quale tuttora quando si tratta di maneggiare la sei corde (in particolar modo dal punto di vista ritmico) ha ben pochi rivali, mentre per quanto riguarda l’uso delle corde vocali, purtroppo, la musica cambia (specie sui vecchi brani). Ad ogni modo rimane la consapevolezza che, anche se non a pieno regime, all’occorrenza i Megadeth siano ancora in grado di dare la paga a molti.

Tutte considerazioni che ci accompagnano nell’ascolto di questo tredicesimo full-length. L’album è stato prodotto da Johnny K presso il Vic’s Garage (San Marcos, California) al posto dell’uscente Andy Sneap, mentre la copertina è stata nuovamente affidata a John Lorenzi. Stando a recenti dichiarazioni dello stesso Mustaine sarà l’ultimo disco realizzato per la Roadrunner Records, nonostante la proposta di rinnovo avanzata dall’etichetta. Per fortuna, fin dai primi ascolti s’intuisce che “Th1rt3en” non è stato messo insieme in fretta e furia o raffazzonato tanto per onorare gli obblighi contrattuali. Tuttavia, pur non rinnegando quanto di buono fatto col precedente “Endgame”, l’album non si presenta come la naturale evoluzione del suo predecessore. Piuttosto, è forte il richiamo alle composizioni del periodo “Countdown…” e “Youthanasia” e non a caso parte del materiale risale proprio a quel periodo. Di conseguenza si tratta di un thrash meno convenzionale e sostanzialmente meno tirato, in favore di canzoni curate e dall’atmosfera ben riconoscibile, composizioni generalmente più lineari e, in certi casi, quasi stradaiole e dall’animo rock o heavy (“Whose Life”, “Guns, Drugs & Money”, “Fast Lane”). Nessuna innovazione particolare, comunque: il sound dei ‘deth non ne esce stravolto, come testimoniano l’opener “Sudden Death” (singolo realizzato per l’ormai diffuso Guitar Hero) e “Never Dead” (ideata per l’omonimo videogioco). Soli a profusione e ritmiche graffianti e cariche di tensione come da trademark e ritornelli accattivanti ai quali però manca un po’ di mordente. Più ficcante quello di “Public Enemy No. 1” (titolo riferito al famigerato Al Capone), una traccia ben più easy e dal piglio quasi ‘maideniano’. Sugli scudi Ellefson, intento a dettare i tempi. Sicuramente azzeccata (sotto tutti punti di vista) la riffeggiata “We The People”: semplice ma dannatamente efficace e impreziosita da un bel solo orientaleggiante. Brano che si lega saldamente al trittico proveniente dalle sessioni dei primi anni novanta e qui riarrangiate e cioè “New World Order”, “Millennium Of The Blind” (composte entrambe nel 1991 circa) e “Deadly Nightshade” (inizialmente scritta per “Youthanasia”). Delle tre spicca quest’ultima, riff poderoso (che ricorda un po’ quello di “Tribal Dance” degli Armored Saint), refrain cattivo al punto giusto e atmosfera malsana. “Millennium Of The Blind” è una plumbea ballata che, se fosse stata sviluppata quel pizzico in più, probabilmente non darebbe quel senso d’incompiutezza e se ne parlerebbe in altri termini. “New World Order” riporta alla mente “Psychotron” nella parte iniziale, ma si fa apprezzare soprattutto per l’accelerazione finale in stile “…Polaris”. Rimangono “Black Swan” (già edita come bonus-track di “United…”), un brano chitarristico piacevole, ritmato e leggermente auto celebrativo (come poteva essere “Victory”) ma non trascendentale, la dinamica e rockeggiante “Wrecker” e la cupa “13” (a dispetto di ogni superstizione) in chiusura, con una melodia portante sulla falsariga di “In My Darkest Hour”.

Pur non essendo un capolavoro, “Th1rt3en” è un lavoro certamente godibile, al quale però manca quel quid in più dato da titoli in grado di fare storia a sé come “Symphony Of Destruction”, tanto per fare l’esempio più eclatante. Forse un album di transizione, che tuttavia contiene dei buoni spunti (e, finalmente, qualche ritornello in più degno di questo nome) per ripartire con una nuova label e composizioni completamente inedite, con grinta e voglia di mettersi in gioco ancora una volta, perchè dai Megadeth è consentito aspettarsi di più.

Orso “Orso80” Comellini

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Track-list:
1. Sudden Death 5:07
2. Public Enemy No. 1 4:15
3. Whose Life (Is It Anyways?) 3:50
4. We The People 4:33
5. Guns, Drugs & Money 4:19
6. Never Dead 4:32
7. New World Order 3:56
8. Fast Lane 4:04
9. Black Swan 4:10
10. Wrecker 3:51
11. Millennium Of The Blind 4:15
12. Deadly Nightshade 4:55
13. 13 5:49

All tracks 58 min. ca.

Line-up:
Dave Mustaine – Vocals, Guitar
Chris Broderick – Guitar
David Ellefson – Bass
Shawn Drover – Drums

 
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