Recensione: Thanatology

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Gli esordi degli Armagedon risalgono al 1986, periodo in cui la Polonia aveva ancora una scena musicale pressoché inesistente. La band si impone di diventare una macchina da guerra musicale e si mette al lavoro per due anni prima di registrare i primi due demo (“Armagedon” del 1988 e “Time of Survival” dell’anno successivo) in maniera abbastanza ‘rimediata’, con un attrezzatura ‘fai da te’, come da prassi nel periodo del ‘tape trading’.   

Dopo una breve rottura interna, subito riconciliata, la band finalmente riesce a registrare in studio il demo “Dead Condemnation” (1991) che li porterà a esibirsi anche fuori dalla terra natia. Nel 1993 vede la luce il primo full-length “The Invisible Circle” per la Carnage Records, e quando il passo più importante sembrava fatto ecco la rottura all’interno della band, che tornerà ancora più aggressiva e spietata dopo 15 anni di assenza con il disco “Death Then Nothing”, per la label Mystic Records. E da lì i Nostri, giunti al terzo disco “Thanatology”, registrato e prodotto da Arek Malta Malczewski nei Radio Gdansk Studio, tornano con il loro motto: “Destruction begins!”.

Effettivamente il ritmo e lo stile imposto dal quartetto è da distruzione di massa, ben delineata dall’intro (un po’) industrial che ben presto scatena il panico. In “Vultures” il vocalist Slavo va a molestare il Benton degli anni migliori, col suo terzinato così efficace ed evidente in “Once Upon The Cross” e alcuni tratti black spuntano per alleggerire la sua violenza. Che si manifesta nuovamente in “Cemeteries”, sotto il fuoco della contraerea di nome Adam, vera e propria macchina da guerra dietro i tamburi, come da tradizione ‘made in Poland’. Preciso, suono chiarissimo, e una buona amalgama con il riffing di Krizz, che a tratti diventa atonale e ostico, come nella successiva “Self Destruction”, mettendo a ferro e fuoco la psiche, con le sezioni che spaziano dal brutal al melodico, ma solo per brevi accenni che hanno più il sapore di respiri per non impazzire nel marasma sonoro imposto dai ‘quattro’.

“Altar Of Death” scorre via con più (relativa) calma, grazie al suo andamento che oscilla tra mid-tempo e qualche accelerazione improvvisa, con Slavo che riesce a essere sempre al centro del discorso, con il suo ruggito tombale, che non lascia spazio a riflessioni. Anche qualche breve arpeggio viene buttato nella mischia, ma non va assolutamente ‘letto’ come un’oasi di salvezza, quanto come un momento di cambio atmosferico temporaneo. Tanto che la seguente “Black Seed” riprende il fiume in piena sempre per mano di Adam, che picchia in maniera inverosimile sul rullante, ben coadiuvato dal basso di Bartosh, anche nell’intermezzo ‘quasi*-core’ che ne anticipa il finale.  

“Corridor” e “Tragic Journey” chiudono il cerchio di quersto devastante disco dei polacchi, in linea con quello che è il death metal in ‘quella’ parte del mondo. Forse dopo qualche ascolto tende a scemare l’attenzione, ma di pesantezza ce n’è e si sente per tutta la sua durata.
Bravi!

Vittorio “versus” Sabelli
 

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