Recensione: The 119 Show - Live In London

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Vent’anni di carriera per i Lacuna Coil, la metal band italiana più famosa al mondo. Un percorso lungo e particolare, non da tutti, che viene celebrato con DVD live registrato durante lo show del 19 gennaio all’O2 Forum Kentish Town di Londra. Il risultato esce a titolo "The 119 Show - Live In London", dove i milanesi hanno ripercorso le tappe più importanti del proprio catalogo, ripescando anche vecchie chicche, e allestito uno spettacolo d’eccezione facendosi accompagnare sul palco dai performers circensi inglesi Incandescence. Una festa dove non sono mancati effetti speciali, luci colorate e sollevamenti in volo, per oltre due ore di musica.
Tralasciando i contenuti extra come il dietro le quinte "Behind The Curtains" e il capitolo “Enter The Coil” con le interviste alla band, in questa sede ci occupiamo della parte musicale.

Riassumere vent’anni di carriera in un colpo solo permette di rendersi pienamente conto dell’evoluzione intrapresa dalla band. Il gothic metal personale, sensuale, etereo, magico degli inizi e che ha trovato il suo apice nel successo di “Comalies” ha ceduto via via sempre più il passo a un sound in mutazione. I riconoscimenti d’Oltreoceano hanno infatti portato Cristina Scabbia e soci a chiudersi in un muro sonoro per l’appunto ‘americano’, che guarda a Korn e Slipknot, allontanando quel sapore mediterraneo che ancora riluceva in un album come “Karmacode”.
Da questo punto di vista fa piacere trovare in apertura “A Current Obsession” e “1.19” ripescate da “Unleashed Memories” e addirittura “My Wings” dal debutto “In A Reverie”. Sono tracce interpretate con la vecchia attitudine, con Cristina suadente come in gioventù coadiuvata dal buon growl di Ferro. In quei tempi i nostri riuscivano a cucire in un unico tessuto sonoro i The Gathering, i Paradise Lost e i Tiamat in maniera ancora acerba ma ispirata. Infatti “End Of Time”, singolo da “Dark Adrenaline”, si incanala lungo quel mood ma già con meno impatto e qualità, mentre “Blood, Tears, Dust” riporta alla monotona realtà fatta di quel muro di basso e riff sulla tarda falsariga dei Korn e una Cristina Scabbia che spinge troppo su tonalità alte, ben controllate, ovvio, ma fastidiose ed eccessive.

 

 

La sua voce, sempre distinguibile rispetto alle colleghe, è il valore aggiunto quando si resta nel campo dell’etereo, dell’atmosfera, quando sa aggiungere una sfumatura rabbiosa (“Nothing Stands In Our Way”, l’hit “Our Truth”) e quando interpreta con potenza vecchi successi come “Swamped” memore delle vibrazione che riusciva a comunicare anche in studio.
Il pubblico è caldo e si sente, anche solo con l’audio si respira una reale atmosfera live, quindi la produzione è delle migliori. Episodi recenti come la piatta “The Army Inside”, la scarsa “The House Of Shame” (singolo a tutto groove dell’ultimo album dove Cristina torna in una versione urlatrice davvero pessima) oppure l’orribile “I Like It” perdono di netto il confronto con l’ispirazione degli albori che ancora oggi funziona nelle vecchie composizioni, “Veins Of Glass” o la splendida “When A Dead Man Walks” che siano.
Tight Ropes” (targata 2002) è devastante e con un refrain appassionato, di quelli che i milanesi non riescono più a scrivere. Ai coilers erano state poi promesse anche tracce mai eseguite dal vivo, e viene servita addirittura una “Soul Into Hades” ripescata dall’EP “Halflife” e rispolverata in maniera davvero suggestiva. Ovviamente non manca quella che è stata la canzone-trampolino per il successo, il singolone “Heaven’s A Lie” cantata con il solito carisma da Cristina e in grado sempre di trascinare la folla nella magica spirale; doppiata dalla struggente “Senza Fine” fa vivere l’apice dello show, dove si riassapora in toto la seducente morbidezza che la voce di Cristina ancora oggi riesce a trasmettere.
Detto della presenza di “Enjoy The Silence”, tutt’altro che fondamentale ma adatta a scaldare il pubblico in chiusura, risulta evidente come la semplice “Closer”, la gotica “Comalies” con le sue strofe in italiano, la malinconica “Falling” (anno 1999) eseguita voce-pianoforte (come “Wide Awake”) facciano impallidire episodi recenti e di plastica come l’artificiosa “I Forgive (But I Won’t Forget Your Name)”.

 

 

Qualche considerazione generale.
Cristina Scabbia esce trionfante dallo show: anche se appare troppo forzata e costruita quando aizza la folla (la spontaneità è andata in buona parte perduta così come il gothic metal), dal punto di vista della tenuta si rende protagonista di una prova ineccepibile. Andrea Ferro fa il suo, è da sempre una buona spalla, che rende meglio sul pulito che sul growl. La band, con il solo Maki rimasto sin dall’inizio, esegue i pezzi in maniera chirurgica, ma il look scelto per l’ultima incarnazione è un pasticciaccio brutto, da wannabe Ghost con un po’ di Slipknot (abbiamo anche un clown alla Captain Spaulding) e un tocco gothic-fetish che annacqua la sensualità di Cristina (giunta oggi al suo punto più alto in tal senso), anch’essa impiastricciata con sangue fittizio, graffi e altre inutili e superate mascherate. In termini di vestiario li ricordiamo più convincenti una decina di anni fa, perché, se è vero che per essere competitivi bisogna avere un’immagine forte, l’esasperazione di essa e il ricalcare cose già presenti in altre realtà appiattisce la personalità.

"The 119 Show - Live In London" è disponibile nei formati Ltd. Blu-ray + DVD + 2CD, 2CD + DVD e Album digitale, e rappresenta un punto fatidico per i Lacuna Coil, insieme al libro di prossima uscita è una linea tracciata per fermarsi e mostrare quanto fatto e raggiunto, ma allo stesso tempo un punto di ripartenza per nuovi traguardi. Con i loro difetti, un percorso recente che non convince, le chiacchiere che da sempre li accompagnano tra fans e detrattori, è innegabile quello che i milanesi sono riusciti a costruire passo per passo, mai nessuno dalla provincia del metal chiamata Italia è arrivato in alto come loro.
I fatti alla fine parlano e contano più di qualsiasi disquisizione.

 

Simone Volponi

 
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