Recensione: The Age of Dead Christ

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The Age of Dead Christ” è l’album numero 11 della premiata (si fa per dire, ma non stiamo qui a fare sterili polemiche sulla meritocrazia musicale nel bel paese…) ditta Necrodeath che, a 33 anni dal suo primo, brillante vagito, ci ricorda perché, quando si parla di metallo estremo, non si può e non si deve prescindere dalla compagine genovese. Trentatré anni di carriera, concentrati in trentatré minuti scarsi di album a loro volta distribuiti su nove (3x3) tracce che, inutile dirlo, suonano assolutamente e pervicacemente Necrodeath: dopo le sperimentazioni del passato i nostri tornano alla radice – rispolverando per il comparto grafico addirittura il vecchio logo con catene e pentacoli pendenti, piazzandolo in cima a una copertina grezza, minimale, in un banale effetto fotocopia nero su bianco – per dispensare sonore scudisciate nel loro inconfondibile ibrido di thrash e black figlio di Venom, Slayer, primi Bathory e Hellhammer. Niente sperimentazioni, niente innovazioni, qui si mena. Punto. Anche la produzione, scarna e spartana, rivanga memorie di esordi in angusti scantinati foderati di rabbia, entusiasmo e quella giusta scintilla di blasfemia (l'album esce nei negozio in occasione del venerdì santo). Dal punto di vista concettuale, ogni brano veicola un messaggio molto particolare raccontando una storia precisa, spaziando tra temi quali la depressione e i miti lovecraftiani, le gogne mediatiche dei tempi moderni e quelle ben più reali della storia passata fino alla critica alle religioni codificate. Per una trattazione più dettagliata del corpus lirico dell’album, comunque, cedo volentieri la parola a due autorevoli personaggi che di certo ne sanno più di me. Noi ci ribecchiamo dopo.

Signori, a voi!

Ci si rivede, eh? Bene, procediamo. Nonostante i passaggi più atmosferici e maligni, caratterizzati dalla rabbia malsana e luciferina che da sempre accompagna i nostri, non manchino affatto, è nelle velocissime e furibonde bordate che “The Age of Dead Christ” è stato forgiato: riff gelidi, raglianti, affilati, sorretti da una sezione ritmica frastagliata e schizoide, isterica e tonante, su cui si innestano assoli stridenti e rumoristi, a loro volta zittiti da urla lancinanti. Ecco, se proprio dovessi trovare il pelo nell’uovo in questo lavoro, dovrei rimarcare il fatto che in qualche occasione la voce di Flegias si perde via, risultando un po’ troppo impastata, ma come scrivevo poco fa si tratta della semplice, presuntuosa cattiveria di chi deve trovare per forza qualche difetto.

Si parte a spron battuto con “The Whore of Salem” che, dopo un incipit devastante, si assesta su tempi blandi, maligni, dominati da quell’atmosfera inquieta di cui scrivevo prima accesi, però, da qualche sporadica e vertiginosa accelerazione. Il rallentamento centrale che prelude l’assolo viene ripreso, seppur in modo più marziale, anche verso la fine della traccia, che si concede l’ultima sfuriata prima di cedere terreno alla classica frustata “The Master of Mayhem”. Anche qui, ad un inizio furibondo corrisponde uno sviluppo più lento e inquietante, con gli echi slayeriani disseminati un po’ ovunque che ben si adattano al tema trattato. “The Order of Baphomet” fa dell’incedere dissonante il suo marchio di fabbrica, saltellando con facilità tra umori diversi ed elargendo schegge di follia tra un riff minaccioso ed un arpeggio maligno. “The Kings of Rome” pigia sensibilmente sull’acceleratore partendo alla carica e dispensando calci nei denti a destra e a manca, permettendosi di tirare il fiato (diciamo così) solo nella seconda parte, più carica di groove. Un arpeggio malvagio apre “The Triumph of Pain”, brano oscuro e sepolcrale il cui andamento scandito riecheggia, nella prima parte soprattutto, i Satyricon di “The Pentagram Burns”; col procedere del minutaggio la traccia si carica di una certa maligna enfasi, salvo poi sfumare nella successiva “The Return of the Undead”, in cui i nostri si dedicano ad un’operazione di, diciamo così, restyling di un vecchio classico. Anche qui nulla da dire, il pezzo va che è una meraviglia, anche grazie al gioco di voci intrecciate e all’attitudine grezza ed aggressiva che si respira per tutta la sua durata. Una melodia pacata ma allo stesso tempo soffusamente inquietante introduce “The Crypt of Nyarlathotep”, in cui, però, dopo una manciata di secondi si torna a pestare come fabbri confezionando una traccia vorticosa che concede solo pochissimi momenti di tregua, come durante il rallentamento centrale che prelude il brevissimo assolo. La stessa aura aggressiva e livorosa si respira in “The Revenge of the Witches”, altro gran pezzo, in cui però la furia esecutiva del gruppo si stempera in un andamento meno isterico. Chiude l’album la title – track, dall’incedere oscuro e sinuoso, in cui le urla di Flegias si intrecciano ai versi della Professione di Fede cattolica. La sezione strumentale che si appropria della parte centrale del brano si carica di inquieta aspettativa, mentre il ritorno della voce corrisponde a un ispessimento del suono che si fa più quadrato, quasi marziale nel finale.

Dopo ripetuti ascolti non posso far altro che dirmi più che soddisfatto: “The Age of Dead Christ” è l’ennesimo centro secco del gruppo ligure. Ok, lo ammetto, dai Necrodeath un po' me l'aspettavo, ma a scanso di equivoci lasciatemelo dire chiaro e netto: quest'album è un gioiellino, niente se, niente ma. "The Age of Dead Christ" scorre che è una meraviglia, picchia quando deve (cioè quasi sempre) e quando non tira sganassoni instilla comunque la giusta tensione nervosa nell’ascoltatore con le sue atmosfere maligne, velenose e luciferine: un lavoro, insomma, che merita di essere goduto fino in fondo ed ennesima conferma di un gruppo che, nonostante il passare degli anni, riesce sempre ad aver qualcosa da dire.
Garanzia.

 
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