Recensione: The Age Of Entitlement

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Ventinove anni dopo l'ultimo vero studio album, poiché "The Worst Of Acid Reign" (1991) fu un giocoso best of rovesciato che la band pubblicò per onorare il contratto con la Under One Flag, insoddisfattissima delle vendite di "Obnoxious", e preceduto da "The Apple Core Archives", cofanetto celebrativo edito stavolta da Candlelight Records, propedeutico al ritorno per davvero sulle scene della band di Harrogate, Yorkshire, il signor H - al secolo Howard Smith - si è fatto carico di ricostruire dalle ceneri uno dei gruppi più sottovalutati della scena thrash britannica ed europea. Già "scena thrash britannica" è quasi un ossimoro; incomprensibilmente, nonostante le tante belle band della Regina, il thrash non ha mai preso cittadinanza in Gran Bretagna, almeno secondo gli umori del pubblico e della stampa, tutti orientati su Stati Uniti e Germania (se parliamo dello scorso secolo). Non solo si potrebbero citare i vari Cerebral Fix, Hellbastard, Sabbat, Cancer, Sacrilege, Xentrix, Onslaught, Amebix, Discharge, Atmokfraft, Crumbsuckers, ma il Regno Unito si era specializzato in un preciso sottofilone thrasharolo particolarmente devoto all'ironia, alla risata, al non prendersi troppo sul serio. Capofila del movimento furono proprio gli applecorers Acid Reign, supportati dai luogotenenti Re-Animator, Lawnmower Deth e Metal Duck, e del resto non arebbe potuto essere altrimenti nella patria dello humour e dei Monty Python.


La discografia degli Acid Reign è stata fenomenale, un crescendo vertiginoso racchiuso in appena un triennio. Due full-length, una manciata di EP e singoli ed il su menzionato "Worst of" pieno di chicche e rarità. Gli illuminati dicono che nell'approcciarsi a questo nuovo capitolo discografico marchiato con il torso di mela (....torso di mela che in realtà è sparito dall'iconografia) non bisogna tener conto di ciò che è stato, ma analizzare l'album come prodotto a sé stante. Come se la band non avesse un passato. Come se la band non avesse consapevolmente deciso di proseguire proprio con quel monicker che inevitabilmente rimanda a quanto pubblicato tra 1988 e 1990, come se in questo non ci fosse una precisa volontà di creare una liaison, di attirare i metalkid suggestionati da quel logo, come se non si intendesse rimanere legati in spirito, corpo e musica a quel sound. A conti fatti i nuovi Acid Reign sono una band diversa per 4/5, il solo H mantiene vivo il ponte con la fine degli anni '80, per altro il cantante, ed in quanto tale non esattamente il principale songwriter. Circondatosi di un manipolo di carneadi (detto in senso buono, musicisti di talento ma senza blasone a far curriculum), accarezzando la grandissima fame di Acid Reign che in epoca Social ho potuto toccare anche io con mano, H dà nuova vita a quel meraviglioso progetto che lustri addietro si era distinto per originalità, creatività ed una filosofia metallica piuttosto sui generis rispetto agli accigliati e ingrugniti protagonisti della categoria. La prima cosa che manca agli Acid Reign targati 2019 è proprio quel sorriso sornione e beffardo stampato sulla faccia. Intendiamoci, nelle foto circolate in rete c'è (non in tutte, ma un po' c'è), dove è sparito è nella trama sonora, ovvero l'anima della band. Fatta eccezione per "Blood Makes Noise", pezzo dall'afflato punk, ed anche per questo più disimpegnato del resto, la scaletta è fatta di serissimo thrash incazzoso e attaccabrighe, il che non è affatto un male in sé, ma indubbiamente si tratta di una pietanza che ha perso uno degli ingredienti per cui era storicamente nota.


Una intro tutto sommato anonima (".T.A.O.E.") fa da apripista per il primo treno in corsa, nonché singolo con relativo videoclip messo in rete; mi riferisco a "The New Low", pezzo discreto a livello di riffing, intensità e cattiveria, asciutto e aggressivo, che opta però per una scelta coraggiosa in fase di pre-chorus/chorus (non sarà l'unico del platter). Questo si è tipicamente Acid Reign. Non dico necessariamente che il risultato finale mi abbia soddisfatto al 100%, ma ho apprezzato l'ardire. Ciò che segue ridimensiona invece i miei entusiasmi (ancorché moderati); la doppietta "#newagenarcissist" / "My Peace Of Hell" mette in evidenza due pezzi a martello che, al di là dell'essere bene eseguiti ed avere tiro, non si lasciano ricordare per nulla in particolare, e l'unico argomento che tiene viva la conversazione è la voce di H, riconoscibile tra mille, certo non un tenore di prestigio ma un abilissimo interprete tutto sangue e muscoli del verbo metal. Piccola pausa di nervi con "Blood Makes Noise" e si riprende la corsa a scavezzacollo con "Sense Of Indipendence". Appare chiaro che agli Acid Reign adesso interessa più che altro correre e dimostrare di avere ancora fiato per farlo, nonostante la non più giovanissima età. Manca qualche colore a rendere il quadro più vivido, manca la fantasia, mancano i cambi di tempo e di umori, le improvvise bizzarrie e l'ironia sotterranea; manca l'Applecore, che rendeva diversi gli Acid Reign da chiunque altro. Chissà forse è stato temporaneamente accantonato per sgranchirsi le ossa e magari ritornerà in futuro, o forse il volgere dei tempi ha reso la band più cinica e disillusa. "Hardship" perlomeno rallenta i bpm, anche se sostanzialmente si mantiene su livelli assimilabili come resa e qualità, bene ma non benissimo. "Within The Woods" è più complessa e articolata, anche a livello testuale si arrampica su montagne lovecraftiane e, una volta lì, ne esplora gli insidosi boschi. "Ripped Apart" è un gran bel pezzo che rincuora l'ascoltatore. Si chiude con "United Hates" composizione dalla personalità decisamente minore (nella quale però torna un ritornello più melodico, alla "The New Low", a creare contrasto con la violenza delle strofe).


"The Age Of Entitlement" è un album che pesta a sangue, non è opera di parvenu e può senz'altro soddisfare i trasher contemporanei, a patto che siano totalmente digiuni di quanto scritto e pubblicato dalla band nello scorso secolo e millennio. Se invece si appaia questo album con la restante discografia della Mela, beh allora il discorso cambia, la sufficienza c'è tutta ma "The Age Of Entitlement" va a posizionarsi dietro tutti gli altri capitoli della storia degli Acid Reign, senza appello. Rispetto a "Obnoxious" (che è poi il retrogusto che ci era rimasto in bocca dal 1990, essendo l'ultimo loro disco) c'è un netto ridimensionamento di orizzonti e progressioni musicali - ancorché robustamente thrash - in favore di un attacco all'arma bianca che ha snellito e semplificato la trama un bel po'. Ripeto, non penso affatto che "The Age Of Entitlement" sia un brutto album, poteva indubbiamente essere assai peggio (non mancano esempi di vecchie band thrash tornate con album modesti, laddove non imbarazzanti), ma in cuor mio mi aspettavo qualcosa di meglio. Lo spessore complessivo della band si è vistosamente assottigliato, in ogni direzione, sia che si parli di thrash metal, sia che si parli di disincanto e amenità. Comunque bentornato H e bentornati Acid Reign, stima e rispetto sono rimasti immutati, anche se non sembrate più avere l'intenzione di essere "the square - danciest band in the world."



Marco Tripodi

 
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