Recensione: The Beauty Of Destruction

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Gente strana, questi Devil You Know.

‘Strani’, poiché – innanzitutto – tirano fuori dal cilindro un’Opera Prima coi fiocchi, lontana mille miglia da produzioni e/o manifatture di stampo dilettantistico, come se al contrario fossero parecchi gli anni di esperienza sulla scena.

Certo, scorrendo la line-up si scopre che Howard Jones altri non è che un ex di lusso dei Killswitch Engage nonché frontman dei Blood Has Been Shed. Francesco Artusato è un chitarrista affermato dal programma solista The Francesco Artusato Project e dalla partecipazione agli All Shall Perish, mentre John Sankey è il batterista della formazione australiana Devolved, ed ha anche lavorato con i Fear Factory e i Divine Heresy. Ma non è affatto detto che incollando tre ottimi musicisti si ottenga un’altrettanto valida band.

Poi, i Devil You Know mettono assieme “The Beauty Of Destruction” con una facilità e scioltezza disarmante, dando la sensazione di non aver messo alcunché fra il cervello e le mani. Lasciando cioè fluire con naturalezza ciò che assembla la mente verso quello che si verga in scrittura. Non si spiegherebbe altrimenti, sennò, la clamorosa poliedricità del full-length, cui è davvero impossibile appioppare una qualsiasi classificazione. Cercando di affogare negli innumerevoli rivoli che lo attraversano, il suo stile potrebbe avvicinarsi al metalcore moderno, anche se occorre riferirsi al versante meno convenzionale e più melodico del medesimo. Un po’ la stessa linea di pensiero che muove ensemble quali i Rise To Fall, i The Stranded e i Nodrama, fautori del cosiddetto ‘modern melodeath’. Anche se, a ben sentire, i Nostri menano le mani con più vigore rispetto ai colleghi appena nominati. 

E ancora, circostanza senz’altro più gustosa, Jones e compagni si rivelano songwriter d’eccezione, capaci di allineare una dozzina di canzoni molto coinvolgenti nella loro continuità stilistica e caleidoscopica armoniosità. In cori travolgenti che disegnano l’incipit dell’opener “A New Beginning”, del resto, lasciano subito intendere di che pasta sia fatto il platter, dando spazio alla recalcitrante ritmicità della song; alternante momenti durissimi scanditi addirittura dai blast-beats, a istanti di più ampio respiro e orecchiabilità. Orecchiabilità che assurge ad altissimi livelli con la successiva “My Own”, ‘più metalcore’, vera e propria hit che mieterà parecchie vittime fra gli ascoltatori. Tenendo conto della bravura a 360° di Jones, capace di cimentarsi ai più alti livelli con i vari stili vocali (screaming, growling, clean vocals, ...), e del bagaglio tecnico/artistico a disposizione di Artusato, in effetti i risultati vengono fuori. Come dimostrano con disarmante facilità canzoni quali “Embracing The Torture” e “For The Dead And Broken” (soprattutto), complete di tutto quello che necessita a una ‘composizione breve’ per diventare accattivante e invogliare a reiterati passaggi nel lettore. Oppure “Seven Years Alone”, splendida pièce dal tono melanconico e struggente, anche se nelle strofe spezza la schiena per la sua poderosa monoliticità.

Inutile addentrarsi ulteriormente in una descrizione ‘track by track’ che può essere noiosa e poco rispettosa della grande indole artistica posseduta dal combo di Los Angeles. Un calore che non può e non deve essere catalogato in nessuna classe, tipologia e fattispecie. “The Beauty Of Destruction” è un lavoro che sa di fresco e genuino, dotato di un’immediatezza rara, in questi tempi.

Da non perdere.        

Daniele “dani66” D’Adamo
 

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