Recensione: The Boat of Glen Carrig

Di Andrea Poletti - 11 Novembre 2015 - 0:03
The Boat of Glen Carrig
Band: Ahab
Etichetta:
Genere: Doom 
Anno: 2015
Nazione:
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72

 

The Boat of The Glen Carrig (Naufragio nell’abisso) è un romanzo scritto nel 1907 dall’autore Inglese William Hope Hodgson. Molti di voi magari non lo conoscono ma è stato uno dei maggiori ispiratori di quel genio di H.P. Lovecraft; si può quasi dire che senza Hodgson Cthulhu non sarebbe mai esisitito. Esagero? Non direi proprio visto che lo stesso Lovecraft confermò quanto detto più volte in passato (R.I.P.). Ma veniamo al disco, dunque al racconto che sta alla base della creazione di questo quarto capitolo in casa Ahab.

Il romanzo è scritto in uno stile arcaico e si presenta come un resoconto vero, scritto nel 1757, di eventi che si verificarono in precedenza. Il narratore, John Winterstraw è un passeggero che viaggiava a bordo della nave, persa nel profondo del mare dei Sargassi quando ha colpito una “pietra nascosta”; la storia dunque racconta le avventure dei sopravvissuti, scampati al naufragio in due scialuppe di salvataggio. Un’incredibile ed inquietante avventura in cui i protagonisti affrontano eroicamente pericoli e fatiche in una lotta disperata contro forze oscure e ancestrali che generano visioni spaventose, il riflesso degli abissi più tenebrosi che si inerpica attraverso la psicologia umana.

Tutto chiaro?

 

Perfetto andiamo avanti e poniamoci con uno spirito positivo per affrontare quest’album che cercherò di raccontare in maniera “allegra” a dispetto di una musicalità di non semplice appiglio. La prima cosa che salta all’occhio è il cover artwork. Un disco degli Ahab pieno di colori al limite del cartoonesco? Che sta succedendo ai nostri nautici amici? Si sono ammorbiditi? La scelta che sta alla base di questo splendido disegno a noi non verrà mai svelata sino in fondo ma rimane il fatto che no, niente affatto, i tedesconi non si sono ammorbiditi, hanno “solo” plasmato ulteriormente la loro proposta. Dietro questo scenario variopinto e stravagante si nasconde un ottimo album che come da tradizione non mancherà di far storcere il naso ai fan di vecchia data, ma che riserverà molte emozioni a tutti quelli che già nel precedente The Giant trovarono ottimi spunti e una coerente evoluzione del sound della band.

Ancora ricordo i primi commenti dopo l’uscita del precedente capitolo discografico: c’era chi li dava già per finiti, chi vedeva in loro un ammorbidimento volutamente studiato, chi invece iniziò ad adorare ancora di più questa band e altri che dicevano semplicemente “Quanto esce il nuovo disco dei Bullet For My Valentine?”. Questo perché? Perché si iniziarono a sentire le clean vocals abbinate a melodie più aperte e variegate che poggiavano le basi al di là del classico funeral doom sino a poco prima composto, la sintesi è questa non giriamoci molto attorno. Apriti cielo, locuste, sciami di elefanti volanti, i terreno si aprì e l’inferno in Terra prese forma. Sciagura! Che c’è di male nell’evolversi? Cosa risiede alla base della ricerca musicale se non la costante scoperta di nuove fonti da cui attingere esprimendo lati che precedentemente erano solamente ipotizzabili? Giusto, il metallaro è una persona ferma e coerente, non ci sarà mai un disco migliore del primo, men che meno del primo demo tape. Ma allora, se il metallaro medio non accetta le transizioni stilistiche, chi suona e chi viene ascoltato non è un metallaro perché va contro i canoni del demo raw tape scritto nel garage di casa che lo ha reso famoso? Io mi faccio un birra che è meglio.

 

Step successivo: scrivere di The Boat of The Glen Carrig.

Ciò che aveva reso “famosi” gli Ahab ai tempi dell’uscita dei primi due album era una sana dose di funeral doom applicata a temi nautici di stampo letterario; oggi pur mantenendo inalterate le tematiche (leggere il primo paragrafo) la struttura dei brani risulta essere più “progressiva”, con una spiccata propensione alla melodia, alle partiture acustiche e ad un utilizzo del power chord inferiore rispetto al passato, soluzioni queste che prima erano impensabili se applicate ad un canonico gruppo di tale sottogenere, ma questi non sono il classico gruppo, nel bene o nel male. Guardando il video dove la band spiega la struttura compositiva decisa per la realizzazione di TBOTGC si comprende come siano state le jam session in studio a fare la differenza, la spontaneità che veniva influenzata giorno dopo giorno dal desiderio di andare semplicemente avanti. Molte tracce vengono definite atipiche, di difficile assimilazione, volte ad una chiara ed inequivocabile volontà da parte del gruppo di non rimanere statici ed effimeri. Ascoltare The Thing That Made Search o The Weedman è come schiaffare sotto gli occhi di tutti “Non siamo più quelli di una volta, non lo saremo mai più, non vogliamo più esserlo”, tracce pervase da una atmosfera tipicamente Opeth-iana degli anni d’oro quando album quali Still Life e/o Black Water Park resero famosa una band oramai dimenticata negli abissi (R.i.p.). Echi al limite del goticheggiante, sfumature di melodie di matrice Svedese affiorano prepotenti minuto dopo minuto; l’ermetismo che prima era legge oggi rimane un po’ in disparte, lasciando alla fine di ogni ascolto un sapore agrodolce. Certamente la classica struttura di casa Ahab è palpabile immergendosi dentro Red Foam (The Great Storm) ma rimane un bagliore nel buio lontano, una eco distante che fatica a trovare spazio tra le vere nuove strutture compositive che scintillano impavide e fragorose lungo il pesante minutaggio. Ad oggi si può vedere The Giant come necessario per arrivare a questo nodo cruciale, un ottimo album di transizione per un ulteriore evoluzione futura che, come presumibile, porterà un pubblico sempre più ampio in seno la band. The Mourn Job è eseguita splendidamente se considerato il mero aspetto tecnico ma manca di personalità in certi frangenti: passaggi forzati e divagazioni forse al limite del prolisso rendono la dinamicità della canzone un susseguirsi di varie idee incollate col Bostik. Descrizione questa applicabile anche alla conclusiva The Light in The Weed (Mary Madison) con parti acustiche davvero troppo lunghe e forzate, non così ispirate da permettersi la scena centrale in una traccia di chiusura, che da routine dovrebbe completare quello che è già stato detto in precedenza. La volontà di sottolineare la drammaticità di un evento tanto infausto come l’affondamento di una nave non viene percepito, rischiando di portare allo sfinimento dopo oltre un’ora di ascolto il malcapitato coraggioso, senza quel giusto mordente che anni addietro rendeva gli Ahab unici ed impareggiabili.

Essendo questa la creatura di Daniel Droste, mastro burattinaio nel bene o nel male delle sorti del gruppo, non ho la facoltà di dire se questo salto nel buio sia voluto dall’intera band o solamente dal padre padrone, certo è che non tutti i passaggi sono azzeccati, e spesso la forzatura viene a far capolino per andare verso lidi desiderati da tempo, ma che probabilmente rimangono ancora da decifrare chiaramente. Magari l’obbiettivo del binocolo è ancora da sgrossare prima di poter gridare: “Terra!”

 

Ormeggiamo al porto con la nostra scialuppa di salvataggio, siamo salvi finalmente dopo questa litania che conferma ovviamente una band capace di suonare e un frontman volenteroso e coraggioso ma ancora in cerca della vera identità. The Boat of The Glen Carrig è un buon disco, che si lascia ascoltare senza indugi, anche se con qualche difficoltà che spesso e volentieri deturpa ciò che di buono si era creato qualche istante prima; manca di quella grinta definitiva che serve agli Ahab per andare “oltre” una volta per tutte. Buono, molto buono ma non come un tempo ahimè; o li si prende così, con la verve semi-prog che oggigiorno li contraddistingue, oppure dimenticatevi definitivamente della loro esistenza e tornate ad ascoltare i primi due concepimenti. Il funeral doom, che sia nautico o meno oggigiorno non approda su questi litorali, che sono sempre più in attesa della tempesta perfetta, dell’onda che distrugga il passato per costruire un futuro senza mai più guardarsi indietro.

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