Recensione: The Burning Red

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Torniamo indietro nel tempo al 1999, ultimo anno del XX secolo, anno di cambiamenti e di paure per il nuovo millennio, d’altronde la storia ci insegna che ai cambi di secolo vi è sempre timore che accada qualcosa di eclatante e/o sconvolgente.

Un anno che vede, tra i tanti accadimenti: la nascita dell’Euro, la nuova moneta in Europa; il massacro di Racak durante la guerra del Kosovo e la vittoria agli Oscar di tre statuette per ‘La Vita è Bella’ di Roberto Benigni. Invece, per quanto riguarda la nostra amata musica vengono pubblicati, tra gli altri, ‘9’ dei Mercyful Fate; ‘The Fragile Art of Existence’ dei Control Denied, progetto prog di Chuck Schuldiner dei Death, che ci lascerà tristemente due anni dopo, in cui suona anche Steve Di Giorgio, pluridecorato bassista; esce ‘Necroshine’ degli Overkill, che indica una voglia di ripresa e ‘Risk’ dei Megadeth, che vira verso sonorità tutt’altro che thrash dicendo l’esatto contrario del titolo e viene visto, da molti, come un passo falso da parte della band di Dave Mustaine.

Gli anni ‘90 sono stati anni di cambiamento per il metal, in particolare per il thrash, che affronta un periodo buio sino alle soglie del 2000, quando torna in auge anche se non agli stessi livelli degli anni ‘80, con alcune band che avevano sperimentato confini diversi che cercano di rimettersi in pari, ad esempio gli Annihilator con ‘Criteria for a Black Widow’ o i Testament con ‘The Gathering’.

Ma l’album che “sconvolge” (in vari modi) il popolo metal viene pubblicato il 10 agosto del 1999 ed è dei Machine Head: ‘The Burning Red’, terzo lavoro che si distingue dai precedenti ‘Burn My Eyes’ e ‘The More Things Change…’,  per un maggiore approccio a sonorità tipiche nu metal, ossia quel movimento  nato negli Stati Uniti nella metà degli anni ‘90 nel momento di decadenza del grunge e che mescola, in un gigantesco calderone, heavy metal, growl, alternative, rap, funk, industrial metal e post-grunge.

La band dei Machine Head, formatasi nel 1992 ad Oakland negli Stati Uniti per il volere del cantante e chitarrista Robb Flynn insieme al bassista Adam Duce, si era fatta conoscere nel 1994 con il già citato ‘Burn My Eyes’, album che univa thrash, groove e death. Kerry King, fondatore e chitarrista degli Slayer, rimase fortemente colpito da questo debutto e nel 1995, arruolò la band per il Divine Intervention Tour, a cui i nostri parteciparono insieme ai Biohazard.

In quello stesso anno il batterista Chris Kontos lasciò la band e venne sostituito da Dave McClain.

Nel 1997, pubblicarono il secondo album ‘The More Things Change…’ nel complesso più tormentato, sofferto e cupo dell’album di debutto. Gli scossoni vengono dati da brani come ‘Struck A Nerve’, ‘Spine’, che affianca un riff minaccioso a cambi di tempo e ad un assolo potente e dal brano di chiusura ‘Violate’, della durata  di ben 7 minuti e mezzo, lenta e malinconica.

Nel 1998 il combo sostituì il chitarrista Logan Mader con Ahrue Luster e sotto la direzione del produttore Ross Robinson, dopo un lungo processo di creazione e registrazione, il 10 agosto 1999 pubblicarono ‘The Burning Red’, un album dalle caratteristiche interessanti ma per certi versi fuorviante e lontano da quello a cui la band ci aveva abituati. Come sopra detto, il disco si distingue per l’incorporazione di elementi ritenuti generalmente propri del nu metal, vi è l’assenza di assoli chitarristici, ma la presenza di ritmi sincopati/aggressivi e di parti rap in alcune sezioni.

I brani sono dodici: apre le danze ‘Enter the Phoenix’ intro che emana un senso di calma apparente che svanisce subito con la furente, grintosa e in alcune parti rappata ‘Desire To Fire’ che sembra ricordare i Rage Against The Machine; sicuramente d’effetto e piacevole il seguente brano ‘Nothing Left’ che si destreggia tra la melodia e la prepotenza; ascoltiamo ‘The Blood, The Sweat, The Tears’, caratterizzata da una base rap ma in cui si insinua prepotentemente il mix tra thrash e nu metal; si passa a ‘Silver’ calma e defilata per arrivare a ‘From This Day’ anch’essa intrisa delle idee nu metal; ‘Exhale the Vile’ è invece lenta, pesante e cupa nei passaggi; siamo praticamente oltre la metà dell’album ed ecco che arriva la sorpresa: una cover di ‘Message In A Bottle’ dei Police, brano sicuramente di non facile interpretazione ed esecuzione per il background dei Machine Head che comunque riescono a farlo loro e renderlo originale e dove l’ugola di Flynn si esprime in maniera eccellente; arriviamo alle battute finali con ‘Devil With the King’s Card’ sincopata, ansiosa e che prende spunto dai litigi tra la band e l’ex chitarrista Logan Mader; ora troviamo ‘I Defy’, possente quanto basta anche se denigrata dai metallari della prima guardia; subito dopo ecco ‘Five’ in cui il ritmo si alza, ed è violento e cazzuto; Il finale è affidato alla title track ‘The Burning Red’ melodica e struggente che parla dei problemi dell’infanzia e dell’adolescenza di Robb Flynn.

Per quanto possa essere stato criticato e non ben visto dai fan della prima ora,  in quanto questo album non rispecchiava i canoni dettati nei due lavori precedenti, ‘The Burning Red’ è un full-length d’impatto nelle sonorità, sostanzioso, omogeneo, di alto valore tecnico e potente, è vero non ci sono assoli di chitarra o il sound tipico del thrash, ma racchiude in meno di 50 minuti 12 tracce efficaci ed innovative e troviamo alcune peculiarità dei primi Machine Head in un connubio col nu metal visto come “nuovo che avanza”.

Recensione a cura di Monica ATZEI

 
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