Recensione: The Canticle of Shadows

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È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.

Albert Einstein 

L’Italia, il nostro bellissimo paese pieno di arte, cultura, luoghi paradisiaci e personalità creative; l’Italia, quel paese di santi poeti e navigatori. Il popolo tanto bravo a lodarla, pronto a battersi il pugno sul petto parlando un inglese maccheronico in giro per il mondo, orgoglioso delle radici quanto misteriosamente sbadato, decadente al punto giusto non appena la gioventù crea arte. No i giovani non possono creare, non sia mai, fermiamo il nuovo che avanza, nulla si crea più ma tutto si distrugge. La musica è la quarta arte, alla pari di scrittura, scultura e pittura la musica non ha nulla da invidiare alle altre tre e probabilmente, metaforicamente, utopicamente le racchiude in un grande magma primordiale portandole nelle menti delle persone. Si scrivono testi, si scolpiscono figure nei pensieri e si dipingono paesaggi più o meno gioiosi con le cantiche proposte; la musica che per molti in Italia non si crea e quando accade, la si dimentica di ascoltare; un bizzarro paradosso. I Darkend, chi? I Darkend molto probabilmente li conoscono il 10% di voi che state leggendo questo articolo, male, malissimo viene da dire, ma non è mai troppo tardi perché questa recensione, queste parole, per chi avrà la forza e il dono di comprenderle, devono servire da monito. Non tanto per i Darkend in quanto tali, ma per usare questo gruppo a simbolo di un paese che crea, dei giovani che sperimentano e che spesso (come molti altri) vengono dimenticati o ancora peggio nemmeno presi in considerazione quando vissuti vis-à-vis in sede live. 

Dovrei farvi la classica trafila con la storia del gruppo con i due album pubblicati prima, i cambi di line-up, i tour ed i bla bla bla classici. No, questa è l’occasione per andare dritti al sodo, dritti alla fonte e dire le cose come stanno: se quest’anno, nei prossimi anni o in quelli recentemente passati bisognerà porre dei metri di paragone con un disco di metal estremo che combina black, death e sinfonico, The Canticle of Shadows deve essere preso in considerazione quale proporzione. Potrei fare grandi nomi, band di nazionalità strane, titotli underground incomprensibili ma cosa importa? Sette canzoni che definiscono uno dei progetti migliori usciti dalla penisola e punto, set, partita, incontro. Esagero? Non dopo un mese e passa di ascolti, non dopo oltre decine e decine passaggi in cuffia; non è una svista la mia mi dispiace. Il gusto personale non c’entra e non è preso in considerazione, questa è realtà dei fatti, oggettività e razionalità portate nero su bianco. Ora andiamo alle musiche che sono il fattore cruciale di questa recensione, seguitemi per favore.

Penitenziagite! La bas! Nous avons il diabolo! Penitenziagite!

(Il nome della rosa)

The Canticle of Shadows è un album complesso, mistico e sotto certi aspetti definibile quale ritualistico; non ha una struttura canonica delle tracce, create al limite dell’irrazionalità seguendo gli istinti più intimi e profondi dei musicisti. Pur non essendo descrivibile quale concept album le tematiche trattate vengono ad unirsi una spirale obliqua dove le vicissitudini, le sofferenze, gli inganni le gioie, i rancori, le speranze e le passioni si uniscono in un magma incandescente dove solamente le tastiere riescono a farti percepire un minimo di luce in fondo a quel tunnel pervaso dalle ombre. Una luce nera. Brutale, ferale e sinistro la botta che riserva ogni singola canzone contiene al suo interno l’evocativo sentore del malvagio, di quel sulfureo divenire che quotidianamente si è costretti a subire attraverso la casualità degli eventi; spiriti, anime che come voci sottili si mescolano sotto massacranti tempistiche forgiando l’invisibile oscuro. Se l’iniziale Clavicule Salomonis pone le basi per il divenire del disco attraverso sette minuti rigidi e senza tregua, se non per il minuto e mezzo finale dove le sonorità si dilatano frammentandosi ponendosi come l'intro perfetta, le vere sorprese arrivano dalle successive tracce. L’ingresso di Attila Csihar (Of the Defunct) porta una ventata di insospettabile dinamicità, esponenziali cambi tempo ci portano indietro negli anni 90 dove il sinfonico apriva a luoghi nebbiosi e vicoli ciechi; i primordiali Cradle of Filth saltano alla mente in versione “progressiva” mentre i Dimmu Borgir dei tempi d’oro emergono dai morti lungo A Precipice Towards Abyssal Caves (Inmost Chasm, I). Prendere da nomi esteri, contestualizzare in un panorama italiano e successivamente sviluppare il tutto offre la facoltà di andare ad esplorare lidi sconosciuti dove l’estrosità e la creatività emergono. Non è black sinfonico, non è death, non è classificabile in un genere predefinito quest’album; l'inserimento a 3:51 della traccia sopracitata del sax afferra l’avanguardia e l’inserisce in un contesto differente dal classico prestabilito senza ragionamenti lasciando che tutto scorra liberamente. C’è studio, personalità e ricerca dietro ogni singolo passaggio, perché tramutare tutto ciò che si era sentito sino a poco prima in una sorta di “tributo” ai Rotting Christ  attraverso i cori di Sakis è roba che riescono a realizzare in pochi temerari. Icaro verso il sole per bruciare in nome del fine ultimo, la musica, la creatività. Il Velo delle Ombre, usata come spartiacque a metà della tracklist viene glorificata in Italiano con l’aiuto di Labes C.N. (Abysmal Grief); un mantra oscuro che divora come Saturno i suoi figli, ingloba, inganna e distoglie dal contesto entro cui ci eravamo precedentemente catapultati. Pur non essendo “violenta” a livello prettamente musicale si impone della mente e diventa il fulcro dell’intera composizione. Splendida realizzazione che non smette di stupire volta dopo volta, la dimostrazione della maturazione da parte dei Darkend è probabilmente riassumibile nella scelta di includere e comporre tale traccia, nobilitando l’Italiano, nobilitando le sfumature che la la nostra lingua ci offre nel decantare i morti. A Precipice Towards Abyssal Caves (Inmost Chasm, II) vede la partecipazione di Niklas Kvarforth, che come spettro si insidia tra i fraseggi andando a glorificare quelle epoche dove l’estremo fungeva come fionda verso gli abissi. Non è solo brutalità e screaming che portano ad un livello superiore The Canticle of Shadows; le due tracce finali hanno le radici dentro quella battaglia costante che si innesca tra le tastiere e batteria, dove Valenz spara doppi colpi come un forsennato, mentre dall’altro Antarktica si destreggia magistralmente sulle tastiere, componendo un arazzo tanto labile quando importante all’economia del disco. Non c’è da sottolineare l’estrosità creativa e compositiva di Animæ, che da frontman si avvale di padroneggiare e giocare su molteplici regimi canori quasi fosse una passeggiata ancestrale; coadiuvato dagli illustri ospiti lascia trasprarie l'empatia con le diverse personalità che abitano dentro l'album. Altro di aggiungere? Credo proprio di no, se non porre l’accento sulla produzione, che pur avendo riscontrato difficoltà per cause di forza maggiore sul lungo percorso, non va a risentirne diventando grezza, catacombale ma allo stesso tempo raffinata; riesce ad impreziosire ogni singolo strumento senza plastificare come modernità richiede. Un progetto dalle ambizioni molto elevate che brucia al sole nero che ci si pone davanti per l’onore della causa. 

And where do you live, Simon?

I live in the weak and the wounded... Doc.

(Session 9)

I Darkend non sono dei poeti, tantomeno dei santi ma dei grandi navigatori lungo le sponde dello stige dove gli incubi infernali prendono forma e consistenza attraverso immagini evocative, materializzando il buio lungo ognuna delle sette tracce di The Canticle of Shadows. Rispetto al precedente The Grand Guignol, l’accelerazione e la maggiore potenza di ogni singola traccia è impossibile da non notare, un delicata deriva verso lidi più death con una maggiore profondità dei livelli di suono spesso non percepibili ad un primo ascolto, identificano quanto il lavoro alle spalle sia stato chirurgicamente studiato. Limbiche infrastrutture su telai sottili quali ragnatele si delineano all’orizzonte di ogni fine corsa; la mancanza di una struttura portante che ci trascina come spettri lungo l’incedere delle canzoni è asfissiante. Con tutto questo grande ribollire di idee e sperimentazioni non possiamo che definire The Canticle of Shadows come “retroavanguardismo applicato”: guardare al passato dell’estremismo sonoro, prenderne insegnamento e contemporanizzarlo con personalità. Questa è arte, questa è passione, questa è una dedica verso il futuro del nostro paese che ci ricorda di non essere morto; spetta a me, a te, a noi che amiamo questa musica non dimenticarci di protrarre il verbo.

Sipario!

 
80