Recensione: The Clans Will Rise Again

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Dopo un tentativo parzialmente riuscito di allontanarsi dal terreno tanto caro dei concept album (ovvero Liberty or Death e Ballad of a Hangman) i Grave Digger vanno a riaprire pericolosamente il sigillo di quello che, probabilmente, e’ ricordato da tutti come il periodo d’oro della band di Gladbeck: gli anni ’90. Una decade spettacolare per il combo tedesco, tornato alla ribalta dopo una pausa di 6 anni con quelli che sono i due dischi migliori, quelli che meglio rappresentano il becchino Tedesco nella sua eccezione piu’ oscura e primordiale: The Reaper e Heart of Darkness. Alla coppia di meraviglie segui' un trittico quasi altrettanto ispirato, quella trilogia medievale di cui oggi, a distanza di undici lunghi anni, The Clans Will Rise Again si riaggancia, cercando di rispolverare l’eredita’ musicale e tematica di Tunes of War.

I nostri si rigettano cosi' nel racconto delle guerre di indipendenza scozzesi, aggiustando la storia quel che basta per ottenere la ben nota miscela di cornamuse, tamburi di guerra e palm-muting sul mi basso che hanno fatto di Tunes of War uno dei dischi piu’ amati del Becchino. Le cose, pero’, non vanno come sperato. Di brani degni del primo capitol dietro l’angolo non se ne scorgono. Si intravedono numerose sfumatore dei tempi che furono ma si tratta, per lo piu’, di inevitabili citazioni, copie sbiadite, specialmente nel territorio essenziale dei riff, linfa vitale di ogni brano che si rispetti e che qui si fanno spesso fin troppo autoreferenziali.

Sembrerebbe infatti che l’anello debole di questo nuovo episodio di Boltendahl e la sua truppa siano proprio le parti di chitarra, davvero troppo simili tra loro, con assoli che stonano dal complesso di insieme e suonano estranei agli intenti del disco. Confermata invece, con la solita ampia sufficienza, la scolastica ma sembre ben piazzata sezione ritmica, come da tradizione affidata all’ormai inossidabile coppia Becker/Arnold. I due veteran sanno cosa fare, come farlo e quando farlo. Purtroppo non si puo’ dire lo stesso di Axel Ritt. Il nuovo arrivato alla sei-corde svolge il suo lavoro con professionalita’ ma non regge il confronto ne' con Manni Schmidt e nemmeno con Uwe Lulis. Il problema non e’ la caratura tecnica ma uno stile che ben poco si adatta al becchino, specialmente quando si tratta di scrivere ed eseguire gli assoli. I Grave Digger non sono gli Skid Row e tantomeno i Journey. The Clans Will Rise Again non e’ posto per gare di velocita’ o sweeping. Lulis non e’ di non certo un mostro delle sei corde o un maestro di arrangiamenti – basti vedere cosa viene pubblicato dai Rebellion di questi tempi – ma aveva contribuito a portare la band nella direzione giusta e aveva fatto bastare le sue qualita’ tecniche per quello che e’ l’onesto lavoro di ascia dello Scavatore. Riff semplici e assoli che devono mantenersi fedeli a una linea fluida e quadrata. Una scuola di pensiero che Manni Schmidt aveva compreso in pieno, autolimitandosi a quello che il copione richiedeva. C’e’ una semplicita’ di fondo nelle linee dei Grave Digger che risale agli esordi e sta tutta in poche regole basilari. Sembrerebbe che il nuovo arrivato non si sia ancora ambientato pienamente nella dimensione musicale, infrangendo queste norme.

Il secondo elemento che sembra non quadrare nell’armonia di insieme del progetto e’ l’approccio di alcuni pezzi, come la title track o la quasi doom Whom The Gods Love Die Young, che appaiono ancora saldamente legati al lato oscuro e horror dei Grave Digger, piuttosto che a quello piu’ epico e bellicoso. Ritmi al ribasso e progressioni piu’ dark guidano il disco in una direzione che non e’ quella attesa, quella intrapresa all’epoca da Tunes of War, con il risultato che spesso occorre aspettare l’arrivo dei ritornelli per tornare a respirare l’aria delle valli scozzesi. Come accade per esempio in The Piper McLeod/Coming Home, uno degli episodi meglio riusciti del disco, che deve tutto al proprio ritornello e si mette in risalto per un’interessante costruzione melodica nella seconda parte proprio del suddetto refrain, che ne amplifica la solenne chiusura in marcetta. In un concept album con queste tematiche e’ essenziale, ancora piu’ del solito, riuscire a creare un discorso comune tra melodie e temi. Non e’ tanto una questione di mera velocia’, la storia ci ha insegnato che i mid-tempo e i brani piu’ lenti sono sempre stati un asso nella manica dei Grave Digger: da Symphony of Death a The Round Table fino alla stessa The Bruce. Il problema vero e’ l’approccio: nei brani citati le battute chiamavano a gran voce le successive in una catena cadenzata e aggressiva. Qui i riff si spengono su loro stessi e i brani non sembrano raggiungere la coesione e la compattezza che sono sempre state caratteristiche essenziali di questa band. A sostegno della tesi, i pezzi piu’ interessanti del lotto risultano essere quelli dove il metronomo corre e i Grave Digger liberano la loro furia primordiale, come per esempio accade nella seconda parte di Execution o in Rebels, altro bel pezzo con il riff principale di derivazione priestiana, quasi al limite della duplicazione selvaggia. Le liriche sono sempre le stesse ma portano a termine il loro lavoro: lasciar sfogare l’ugola inimitabile del vecchio Chris.

Insomma ci sono diversi motivi per cui questo disco potrebbe risultare un mezzo passo falso e credo uno di questi in particolare sia il punto chiave per la lettura dell'intero lavoro: questo disco sarebbe dovuto essere cio’ che la maggior parte dei fan dei Grave Digger aveva chiesto apertamente, ripetutamente, da anni. Un ritorno a quello stile epico che aveva rotto l’armonia interna della band a fine anni ‘90, con Uwe Lulis che non voleva staccarsi dai cori battaglieri e dai toni bellici, mentre Chris Boltendahl aveva in mente un disco piu’ oscuro e horror. Quello che sarebbe diventato The Grave Digger. Purtroppo qui tematiche vanno da una parte e la musica prende la direzione opposta. Resta un piccolo mistero come, con questo material in mente, Chris Boltendhal abbia optato per il revival delle tematiche scozzesi. Mossa della disperazione o voglia di tornare a gettarsi nei cari vecchi cicli medievali? Qualunque sia stata la causa generatrice di questo The Clans Will Rise Again purtroppo il risultato finale non si avvicina alle aspettative. Paradossalmente i Grave Digger di oggi sembrano piu’ a proprio agio tra le pagine del vangelo o della rivoluzione cretese che nelle highland scozzesi.

Al pensiero delle cavalcate di Scotland United o dell’esplosione vocale di The Dark of the Sun questi brani di The Clans Will Rise Again svaniscono nel nulla. In realta’ non ci sarebbe nemmeno bisogno di scomodare gli anni ’90: lo stesso predecessore Ballad of a Hangman ha assai piu’ carattere e personalita’ di questo Tunes of War parte seconda. Il contrasto interno, questa mancanza di grinta e determinazione, a mio parere rendono l’alum un passo falso. Non un fallimento catastrofico ma sicuramente un lotto di brani che non sembra avere l’impeto e la grinta a cui i Grave Digger ci hanno abituato. La buona notizia e’ che, ciclicamente, a distanza di dieci anni, fino a oggi il Becchino ha sempre saputo rialzarsi: lo ha fatto nel 1993 con the Reaper e nel 2003 con Rheingold. Speriamo che il 2013 porti nuove idee e rinnovata adrenalina. Per quanto mi riguarda The Clans Will Rise Again viene consegnato alla polvere.

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Tracklist:

  1. Days Of Revenge
  2. Paid In Blood
  3. Hammer Of The Scots
  4. Highland Farewell
  5. The Clans Will Rise Again
  6. Rebels
  7. Valley Of Tears
  8. Execution
  9. Whom The Gods Love Die Young
  10. Spider
  11. The Piper Mcleod
  12. Coming Home
  13. When Rain Turns To Blood
 
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